Post contrassegnati da tag 'sensi'

La scala

Racconto breve / di Ester Bongiorno

Ester Bongiorno

Vi voglio raccontare di una scala, o meglio di un gradino di una scala. E non di quei soliti racconti che si leggono spesso.
O si, ve ne sono tanti, legati alla felicità o alla difficoltà della vita, no, non voglio parlare di quelle scale.
Io voglio raccontarvi di un gradino in particolare, uno fatto di legno, che faceva parte di quelle scale dove il passamano era così grande che ci potevi scivolare fino alla fine, i gradini erano accoglienti ad ogni passo scricchiolavano e tuttavia davano un forte senso di stabilità. Ecco è uno di quei gradini di cui vi voglio parlare.
Quella era una scala molto usata, molti e molti piedi erano passati su tutti quei meravigliosi, grandi e comodi scalini e veniva lucidata, sapete con quella cera per legno, quella che faceva un odore particolare, un po’ speziato, caldo…ogni gradino riprendeva la propria particolarità, ogni venatura parlava di ognuno di loro, tutti uguali ma diversi per unicità di sfumatura.
Un giorno quella scala non fu più usata, per tanto tanto tempo, le ragnatele e la polvere la rendevano ancora più affascinante, come una bellissima signora ancora in forma ma con il fascino dell’esperienza e della signorilità…
Ogni gradino aveva la sua storia, ma uno, uno in particolare era il più importante, lo era sempre stato e vi spiego perché.
La porta di casa si aprì, essa era posta proprio di fronte alla dormiente signora, ed insieme al sole entrò un lieve alito di vento, in controluce si alzò un pulviscolo sottile, sapete quelli che si vedono quando il sole entra in una stanza buia filtrando da un solo punto, esso da alle cose un’ aria misteriosa e bellissima, questo pulviscolo e come se si trasformasse in mille e mille pagliuzze scintillanti.
E così che nella sua maestosità la incontrò. La sua scala era ancora lì, lo sentiva, il cuore fece un balzo in petto, come una gazzella che salta per salire su una roccia. Si avvicinò sempre più, sembrava un incontro amoroso con un fantasma. Senza timore anzi con fare riverente si avvicinò sempre più. Accarezzò il passamano, e muovendo gli occhi in su e in giù controllò i gradini, perfetti erano tutti perfetti, lo sentiva.
Iniziò l’ascesa, si, come quasi volesse raggiungere una meta irraggiungibile, quasi le veniva di salirli gattoni questi gradini, come aveva fatto tante e tante volte, ci pensò un solo secondo e lo fece, si mise a quattro zampe e con immensa riverenza posò le mani e le ginocchia sul legno, accarezzava anche la polvere dimenticata li dal tempo, che giaceva immobile, a protezione di quella meraviglia.
Arrivata sul suo gradino si girò con grazia e si sedette. Sembrò quasi che il contatto del suo corpo facesse prendere vita ad un capolavoro dormiente. Era perfetto saldo come allora, eppure da li il mondo si percepiva in modo diverso, non era come quando era piccola, oggi tutto era cambiato, lei era cambiata, il suo modo di vedere e di sentire era molto diverso da allora.
Si accoccolò prese tra le sue braccia le gambe e vi posò la testa, in una posa così dolce che le pagliuzze che galleggiavano nell’aria sembrarono fermarsi per osservarla.
La visione dei primi gradini non era nitida, ma a poco a poco che il suo sguardo si posava su ognuno di loro il ricordo le tornava sempre più vivo, tanto che riusciva perfino a sentire le voci, i respiri di allora. Ecco, lo stesso tuffo al cuore, identico come una volta, sempre uguale, con la stessa cadenza, con lo stesso rintocco di un vecchio orologio che sottolinea l’immutabilità del tempo. Cuore di adolescente ora cuore di donna. Adesso tutto si muoveva come sott’acqua, come quando dei pezzi di stoffa danzano intrecciandosi e poi allontanandosi, un altro ricordo riaffirava, poco più che ragazzina aspettava il suo ragazzo che non arrivava mai, sempre seduta lì, sul suo gradino, … pian piano che i minuti correvano veloci la felicità si trasformava in delusione e poi in tristezza, e sempre su quel gradino le risate, le lacrime di gioia, quando, come una principessa scese con un passo tremante uno ad uno quei gradini scricchiolanti ma sicuri, appoggiata al braccio di suo padre pronto a lasciarla andare verso un amore diverso ma altrettanto importante.
Quante cose, quanti pensieri riapparivano, come quei fiori che stanno negli stagni, le ninfee, si, così si chiamano quei bellissimi fiori.
Tutti splendidi quei ricordi, la malinconia dell’infanzia che lasciava spazio a tumultuosi periodi adolescenziali, e che dire del suo diventare donna!
Ancora in su si mossero gli occhi, la luce era poca, fievole, inesistente, non arrivò a vedere la fine della scala, ma la ricordava, era un ricordo fantasioso, un po’ incomprensibile, gli ultimi gradini li aveva sempre immaginati come il divenire, ogni volta che da piccola saliva la scala, quando poggiava i piedi sugli ultimi gradini fantasticava di essere arrivata nel futuro, le piaceva molto quel gioco estroso, la portava dentro i sogni, quelli belli, quelli fatti di folletti e fate, di canditi e di risate.
Ora capiva che il futuro non era quello della sua fantasia dei suoi sogni, non era dolce ma amaro, amaro e terribile come il buio che la avvolgeva costantemente, eppure era sempre stata convinta del contrario, non erano ninfee quelle esperienze che sarebbero venute negli anni avvenire. Adesso il presente come un bambino dispettoso aveva dato uno spintone a quelle aspettative, colorate come l’arcobaleno, cancellando quei dolci sogni profumati di frutti di bosco e lavanda selvatica. Ah il suo presente, com’era buio il suo presente.
Sempre seduta li sul suo scalino di legno, era questo il suo presente. L’unica cosa che la confortava subito era il caldo tepore del legno che sentiva sotto il suo corpo da donna con ricordi da adolescente, questo le bastava, voleva rimanere così, all’infinito.
Quel tepore, il tepore del cuore, il tepore dell’infanzia, delle caramelle e delle corse nei prati. Non voleva alzarsi, non voleva andare. Si domandò cosa le rimanesse, nulla, solo il suo gradino solo i suoi ricordi.
Calde lacrime piene di malinconia le sgorgarono copiose, e, cadendo sul gradino lo pulirono dalla polvere, formando delle chiazze che sembravano grandi occhi, arrivava persino a sentire il rumore della lacrima che cadeva, sembrava il battito sordo del suo cuore, tump, tump. Ogni goccia si fissava sullo scalino, percepiva questo sguardo, il suo gradino riprendeva a vivere, il suo gradino la osservava con immensa tenerezza, ne era certa.
Lei aveva sempre pensato a quel gradino come una cosa viva. Il loro dialogo fatto di tutte le emozioni che il suo cuore poteva contenere riprese frenetico come allora.
Persa in quell’atmosfera surreale, un rumore, lieve, sottile quasi inavvertibile, .ma non per lei, i suoi sensi non stavano assopiti, erano stati risvegliati bruscamente da un incubo.
Alzò lo sguardo, una mano tesa era li, ne avvertiva la presenza l’odore, essa aspettava paziente che lei la afferrasse. Sollevò il viso, i suoi occhi sorrisero, qualche lacrima appesa ancora ai suoi bellissimi occhi cadde giù indispettita, obbligata a doversi tuffare nel vuoto. Mise delicatamente la sua mano nell’altra, l’appoggiò lieve, tutto si fermò, il tempo, il sole che entrava frenetico ma delicato, ed anche quelle pagliuzze che rendevano magico tutto.
Il cuore, solo il cuore batteva all’unisono con i suoi pensieri caldi e umidi, come piccole e grandi ninfee in uno stagno.
Lui la prese tra le sue braccia, posò un dolce bacio caldo su quegli occhi che non vedevano più da qualche anno, “andiamo”, le disse, “ritorneremo…”.

Soap society

Racconto breve / di Mario Melillo

Direttore

(Menzione al concorso letterario della Luiss Guido Carli ediz. 2008 sul tema: “Flessibili alla meta”)

Una cosa che mi ha sempre sorpreso è il contatto con le saponette, oramai sensazione da alberghi. Avevo smesso di usarle quando, morta mia nonna, ne ereditai casa. La mia è una casa moderna, per una famiglia moderna, regno incontrastato del sapone liquido. Ma negli alberghi, il contatto con la glicerina in tavolette provocava ancora strane sensazioni. Non riuscivo a spiegarmi perché nello sfregarle tra le mani, lasciassero sempre un senso di vischiosità, una sorta di resistenza. Anche nell’insaponare tra loro le mani, nello sfregarle sotto l’acqua, la resistenza del sapone persiste testardamente. Inizialmente catalogai la cosa come fastidio, da quando la prima volta mi tornò alla mente l’odore di zuppa di mia nonna, e quell’odore pregnante del disinfettante a base di alcool che utilizzava per detergere il bagno. Una sgradevole reminiscenza. Col tempo invece, ho compreso che la saponetta possiede una dignità superiore. Il sapone liquido in fin dei conti è un riflesso d’orgoglio, perfetta efficienza nell’emettere il suo fluido informe. E’ tecnologico, artefatto, con il beccuccio superbo e l’involucro baldanzoso, ci tiene a sottolineare che anche vuoto perpetua la sua esistenza grazie al monumento in plastica che gli hanno creato. È dittatoriale, perché anche quando finisce è celebrato dagli obelischi in plastica che si lascia dietro. Provo lo stesso davanti al Palazzo della Civiltà del Lavoro all’Eur, la mattina mentre vado in ufficio. Un enorme tabernacolo, vuoto orgogliosamente imponente. La saponetta invece è ostinata, è faticosa resistenza quotidiana alla sua erosione, alla sua fine. Quando la si posa sul lavandino, quelle ferite da cui sgorgano schiuma e bolle iridescenti, dicono “ho guadagnato un altro giorno di vita!”. E’ così che ho concluso che la saponetta è umana. Non è tecnologica neanche a volerlo! Il sapone liquido te lo immagini in catena di montaggio, la saponetta invece no. La saponetta ricorda la fatica primordiale degli esseri umani, la capacità di realizzare qualcosa di vissuto e genuino. Tra sapone liquido e saponetta, passa la stessa differenza che c’è tra la catena di montaggio Ford e gli operai di Marx. Gente che mette dentro il proprio lavoro parte di sé, della propria realizzazione. Non avrei dovuto pensarci proprio la mattina della firma del contratto. Ma è stato più forte di me. Appena sono entrato nelle toilette dell’ufficio ho percepito qualcosa di insolito. Non ho realizzato di cosa si trattasse, finché non ho staccato lo sguardo dallo specchio e l’ho indirizzato al lavabo. Avevo appena posato una saponetta!

Mi paralizzai a fissarla finché non entrò Sergio.

“Giulio ma che stai a fa’?” È un quarto d’ora che tengo in caldo i giapponesi, e tu stai a fissarti allo specchio?”

“Chi ha messo qui questa saponetta?”

“L’inserviente, meno male che mi hai ricordato di toglierla”

Vidi Sergio sollevarla, toccando schifato il piattino che la sorreggeva, e gettarli entrambi nel cestino.

“L’ho costretta a ricaricare subito il blister del sapone liquido – mi disse orgoglioso – coi giapponesi bisogna stare attenti, sai quanto sono igienisti. Dai, sciacquati e andiamo”.

Lo fissai riflesso nello specchio, fiero e elegante, finché non sentii la frizione del sapone sparire definitivamente dalle mani.

 “Stiamo facendo una pazzia”.

La sua voce esordì con leggero tremore “Dici che ci vogliono fregare?”

“Chi?”

“I giapponesi! Non parlavi del contratto?”

“Ma che contratto! – ribattei stizzito, rendendomi conto che non poteva capire – parlo del nostro lavoro, abbiamo sbagliato tutto”

Il riflesso di Sergio nello specchio parve tremolare per un istante “Che vuoi dire? Ma che ti è preso?! Sono giorni che sei strano. Parliamone dopo la firma, ok?”

“Tu non capisci! – ribattei – Che lavoro facciamo noi nella vita?”

“Offriamo personale alle aziende, i primi in Italia, e allora?!” replicò Sergio, sempre più seccato.

“Ma che personale e personale! Noi facciamo affari speculando sul futuro di chi si affida a noi. Offriamo contratti precari, a scadenza immediata ed incertezza futura”.

Vidi Sergio raddrizzarsi fiero sulla schiena e sospirare profondamente, con l’aria di chi ha capito tutto della vita e sta per rivelarne il senso agli sprovveduti. “Si chiama flessibilità del mercato del lavoro. Dipendenti flessibili che si adattano all’offerta di lavoro più vicina alle loro competenze”.

“Menzogne Sergio! E lo sai anche tu” sbottai, e senza accorgermene, alzai la voce.

“Anche noi abbiamo cominciato così! Abbiamo fatto esperienza a sufficienza e poi aperto una nostra società. Ora potrei anche raccoglierne i frutti se ti muovessi a firmare l’accordo coi giapponesi”.

“Che si sventrino con una katana i giapponesi! Si tratta della nostra vita e delle responsabilità verso le vite degli altri!”

Sergio mi spaventò: sbatté la mano sul lavabo in marmo, con una violenza tale, da farmi sobbalzare. “Queste fesserie non tirarle fuori adesso! Capisco che sei sotto pressione, stressato, ma stiamo per arrivare alla meta! Stiamo per firmare il primo accordo con una società internazionale! Siamo ad un passo dalla meta, non fermarti ora!”.

Rimasi bloccato, mi passarono davanti mia nonna, il suo funerale al quale non avevo partecipato, e le facce di centinaia di operai intenti a fare saponette. Non so se questi ultimi siano mai esistiti, ma di certo mi inquietarono.

 “Sergio noi come ci siamo arrivati alla meta? Te lo ricordi? Se non fosse stato per il prestito di tuo padre e quello che ho chiesto io alla banca ipotecando casa, non avremmo mai aperto questa società!”

“E allora? il prestito l’hai restituito due anni dopo, neppure io mi sarei aspettato tanto, eppure ci siamo. Dov’è il problema?”.

“Siamo arrivati alla meta perché avevamo le risorse per farlo! Io ho ancora la casa perché ho tenuto alla corda centinaia di persone che oggi, alla mia età non possono avere una casa perché con i contratti che gli facciamo non danno i soldi neanche per comprare una saponetta!”.

“Una cosa? Tu stai male amico mio. Dopo la firma del contratto ti prendi due settimane di ferie!”

“Tu che sapone usi a casa Sergio?”

“Ma che dici Giulio?! Sono tutti quei libri di filosofia che leggi, lo sapevo che prima o poi ti avrebbero intortato il cervello!”.

“Rispondi!”

Sergio sospirò alzando occhi e braccia al cielo “Uso il sapone liquido, contento adesso?”.

“Vedi è come pensavo, tu usi e getti! Non pensi alle cose che durano e si estinguono gradualmente nel tempo!”

“Vieni di là Giulio o ti ci porto con la forza, e sai che ne sono capace!”.

“Le cose si consumano gradualmente con il tempo e, naturalmente, raggiungono il loro obiettivo. La “meta” come la chiami tu. Ma quelli il cui futuro dipende da noi come la raggiungono?”

“La raggiungono anche loro, non ti preoccupare – Sergio era stremato e il viso rosso tensione – solo in maniera flessibile tutto qua, arrivano anche loro alla meta, flessibili ma ci arrivano!”.

“No, no, tu sei proprio un uomo da sapone liquido, svuoti le persone, svuoti interi scatoli di persone! E poi butti l’involucro. Roba vecchia! Anche tu negli anni ti sei svuotato Sergio, sei diventato un orgoglioso flacone di te stesso!”

“E tu quand’è che hai scoperto di essere un sindacalista?! – gridò Sergio con tutto il fiato che aveva in gola – Cristo santo, ora tu vieni di la, firmi il contratto e ti prendi una tregua perché il troppo lavoro ha svuotato te, non me!”

E’ stato in quel momento che capii cosa era successo. Sergio aveva ragione. Mi voltai verso la vetrata alle mie spalle, come spronato da un brivido di freddo.

“Non ci avevo mai fatto caso, e tu?”

“A cosa Giulio, a cosa?!”

“Si vede il Palazzo della Civiltà del Lavoro, dal bagno del nostro ufficio!”

“Non l’avevo mai notato, contento? Evidentemente zio Benito ci sapeva fare con malta e calcestruzzo, te ne regalerò un modello in scala appena lo trovo ora vieni di la, te lo chiedo per favore”.

Ero ipnotizzato da quella vista.

Se Sergio non mi avesse trascinato fuori dalla toilette non credo sarei riuscito a staccarmene. Avevo avuto l’imput di ciò che detestavo sotto il naso per tanto tempo, e non l’avevo mai notato, assurdo persino per me. L’obelisco di una società informe ed iridescente, come la mia.

Firmai il contratto. Pranzammo con pesce crudo e sakè, e con Sergio che attraverso l’interprete esaltava l’accordo assieme ai commensali del sol levante.

Aspettai la fine del pranzo per dirglielo, non volevo fargli andare di traverso il sushi. Ma a ben pensarci la precauzione fu inutile, alle parole “Mi dispiace, lascio il lavoro”, Sergio non si scompose. Attese con silenzio di circostanza poi pronunciò una sola domanda “Quando?”.

Risposi “Tra un mese” e lui, “Va bene ma posso liquidarti solo metà delle quote, il resto alla fine dell’anno”. Acconsentii con un cenno del capo e finì così la mia avventura nel duro mercato del lavoro flessibile.

“Cosa farai Giulio? Venderai saponette?” chiosò Sergio, con tono da parodia. 

Sono passati anni e in effetti vendo saponette. Alta qualità e lavorazione artigianale. Produco ed esporto, ironia della sorte, soprattutto in Giappone.

 

Abbandono dei sensi

Narrativa poetizzata /  di Angela Valentina Leone

Valentina

Abbandono dei sensi

Risa soffuse, offuscate dall’incessante tintinnio di pensieri celati!
vibranti sensazioni inacessibili…
giochi di ombre inquiete invadono i sentieri promiscui di una vita in perenne lotta.
lamine taglienti e subdole scarnano una pelle usurada dalle indicibili peripezie.
sussuri laceranti pervadono una insolita e scostante serenitá!
mille pensieri si accavallano al canto soave di una candela consumata..
un subbuglio di anime impercettibili animano spazi indefiniti.
Calida giunge la notte, sospirando accompagna il frastornante abbandono dei sensi..
echi frenetici di un pesante dissolversi in pungenti ricordi che assorbono, divorano, straziano, concedendo alle membra un mero e fuggevole contatto con la sofferenza e la sua effimera presenza.
Pungenti, affilate, inesorabile le lacrime cancellano odori, piaceri, solcando gote fragili segnate dalla multitudine di emozioni dissocianti.
Condannati ad ascoltare il melanconico richiamo del silenzio, danziamo tra le note di una musica mai scritta, schiavi del desiderio affoghiamo nell’anonimato viscerale.
Sottili rimembranze di una infanzia rinnegata, fuga insaziabile nei meandri della mente, pregiudicata dall’incapacitá di fondersi con l’essenza primordiale della vita; servizievole mendicante della ragione, castigata ad una eterna rimuginerazione asfissiante.



Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.