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Fefè

Racconto breve / di Ester Bongiorno

Ester Bongiorno

Era nato nel 1891 se non ricordo male, il 29 di febbraio, mi diceva, infatti, che lui compiva gli anni una volta ogni quattro anni. Era speciale in tutto il mio nonnino.
Nella mia infanzia il ricordo più bello che ho è Fefè. Lui il mio saggio nonno. Veramente era il mio bisnonno, il papà della mia viziatissima nonna materna.
Ecco credo che Fefè sia stato la mia infanzia, la mia adolescenza e la mia maturità.
Anche a lui devo la costruzione e la solidità del mio io. Mi ha insegnato le cose importanti dell’esistenza, ma per importanti intendo quell’allenamento che solo la vita con gli anni da. Fefè per un po’ mi ha sussurrato dei segreti che ancora mi porto dentro, anticipando e giocando con un destino capriccioso, il mio. I segreti d’oro della vita, quelli che se non te li dice nessuno rimarranno come foglie sospese che mai cadranno sul suolo della tua coscienza. Senza di essi mancherebbe quel pizzico di saggezza e di comprensione delle cose. Fefè mi ha offerto la possibilità di essere preparata davanti a ciò che sarebbe avvenuto nel corso del tempo.
La mia infanzia è stata caratterizzata da carenze. Pochi balocchi, scarsità di baci, di bon bon e caramelle, assenza di cinema di giostre e bambini con cui giocare.
La mia fanciullezza si è svolta tra indifferenze, distacchi, mancanze, vergogne e paure di morte. Alcune volte invece con attenzioni malate.
La mia infanzia si è vissuta da sola, lasciandomi indietro, ed io che arrancavo ogni giorno cercando di starle a ridosso. La cultura non mi è mai mancata. Ancora in fasce assistevo continuamente a lezioni di italiano, latino e greco. Era l’unico modo per non sentirmi piangere. Di grande cultura i miei nonni. Pensate che quando mio nonno doveva pubblicare un libro, dettava il contenuto in latino, mia nonna lo trascriveva direttamente in italiano. Sono veramente convinta che ci debba essere un ricordo profondo nel nostro inconscio, se no come saprei parole o frasi davvero ricercate? Ho studiato a malavoglia, ma quello che so, credetemi è davvero straordinario, rispetto a ciò che mi è stato esposto nella mia vita scolastica.
La mia infanzia ha marciato da sola, senza di me. Ogni tanto si girava e vedeva con che pesantezza vivevo, allora scappava lontano, correva veloce.
Adesso non la ricordo nemmeno più come era fatta. Fefè lo sapeva bene, ecco perché mi ha preso per mano e mi ha accompagnato fin dove ha potuto. Aveva il cielo negli occhi, lo stesso colore terso di un mattino primaverile, emanavano quasi l’odore di rugiada. Deve essere questo il motivo per cui ora sono innamorata dagli occhi chiari.
Non mi sono mai mancati racconti, lui, il mio Fefè, ogni giorno mi enunciava storie vere, brani di Pirandello, e Sciascia. Diverse volte mi ha recitato “A livella “, di De Curtis, la sapeva a memoria, così come una serie di poesie che mi recitava in base al giorno ed al momento.
Quando mi vedeva imbronciata e triste, mi guardava e mi diceva: “Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:
nuje simmo serie…appartenimmo à morte!” Qualche volta diceva o faceva cose per me un po’ strane, ed io puntigliosa non mancavo mai di farglielo notare, allora lui mi rispondeva “sono come Pirandello, nel cappello a sonagli oppure come uno nessuno e centomila“.
Un segreto voglio dirvelo, mi chiamava “ la mia donzella” ed ogni giorni mi recitava una poesia di Nino Martoglio, A la bedda di li beddi, che vi riporto, solo per farvi comprendere l’autostima che ha cercato di infondermi.
Ribadiva spesso che la recitava per farmi intendere che incarnavo la bellezza, tanto che il Signore non avrebbe rifatto un altro stampo simile.

A LA BEDDA DI LI BEDDI

Bedda, cu’ fici a tia pinceva finu,
puteva fari scola a Tizianu,
ci travagghiò macari di bulinu
ccu la pacenzia di lu franciscanu.

Bedda, cu’ fici a tia fu ‘n Serafinu,
ch’aveva la fattura ‘ntra li manu,
ti fici li labbruzza di rubinu
e li capiddi d’ebanu africanu.

Lu pettu ti lu fici palumminu,
li denti janchi e l’occhiu juculanu,
lu nasu privinutu e malantrinu,

nicu lu pedi e séngula la manu…
E doppu ca ti fici, ‘st’assassinu,
spizzò la furma e la jttò luntanu!

Traduzione

ALLA PIU’BELLA DELLE BELLE

Bella,chi fece te dipingeva finemente,
poteva fare scuola al Tiziano
ci lavorò anche di bulino
con la pazienza di un Francescano.

Bella,chi fece te fu un Serafino
Che con mano virtuosa
plasmò le tue labbra di rubino
E tinse i tuoi capelli d’ebano africano

Scolpì il tuo petto di colomba
I denti bianchi ,l’occhio giocoso,
il naso piccolo e malandrino,
piccolo il piede ed affusolata la mano

E dopo che ti fece,quest’assassino,
spezzò il calco e lo gettò lontano

Le cose che potrei raccontarvi di lui sono infinite, e me le porto dentro come un tesoro raro, come una compagnia.
Anche il mio Fefè però non era perfetto, perfino questo mi ha insegnato, in modo molto duro e brutto.
Nessuno è perfetto, nemmeno le persone che ami di più al mondo.
Un giorno si è tagliato le vene.
No, non morì quel giorno, e purtroppo ha vissuto gli anni che gli restavano con il rimorso di non esserci riuscito, senza il coraggio di riprovarci, e con la vergogna per il gesto che aveva compiuto.
Mi diceva sempre una frase, che molti hanno sentito spesso. La frase è questa: “ Si impara fino alla bara”. Lui la commentava così: “Questa frase per sostenere, che se sarai disposta ad ascoltare, ad apprendere, non sarai mai una persona presuntuosa, L’umiltà sarà un tuo pregio.
Amplierai sempre più le tue conoscenze e se ci rifletti l’orgoglio non farà parte di te”. “Ricorda, l’ultima cosa che ti insegnerà la vita, apparirà l’esperienza più forte,… stare dentro una bara!
Se ti mostrerai disposta ad accettare tutti gli insegnamenti che il mondo ti porgerà,
anche attraverso le persone più umili, allora accetterai meglio quello che la morte all’ultimo ti concederà, la pace e la serenità quando lascerai questa realtà”. L’ultima lezione, la più grande, me l’ha data quando, il giorno prima di morire, mi prese la mano e sorridendomi mi disse: “ Non ti spaventare, sono sereno, ma anche stanco, oggi faccio novant’anni, i miei occhi hanno visto tutto, ere susseguirsi in modo frenetico, la tecnologia scalzare la natura.
Adesso sono preparato. La valigia è pronta, il cappello e l’ombrello sono li posati all’ingresso, sto aspettando che mi chiamano e parto”.
Quel giorno ho compreso fino in fondo che tutto ciò che mi aveva detto era la verità.
Mi ha lasciato con queste parole, e con l’eredità più grande che un essere umano possa donare a chi vuol bene, se stesso. Ancora oggi, il suo pensiero mi accompagna.
I proverbi e gli aneddoti mi aiutano a sorridere ad una vita che si fa sempre più pesante.
Ed i suoi splendidi occhi illuminano le mie giornate uggiose.
Il suo sorriso mi porta in braccio quando sono stanca, mi posa nel letto ed io continuo il sonno serena.
Fefè non è mai morto, è sempre rimasto con me, vicino, molto vicino, dentro di me.

La scala

Racconto breve / di Ester Bongiorno

Ester Bongiorno

Vi voglio raccontare di una scala, o meglio di un gradino di una scala. E non di quei soliti racconti che si leggono spesso.
O si, ve ne sono tanti, legati alla felicità o alla difficoltà della vita, no, non voglio parlare di quelle scale.
Io voglio raccontarvi di un gradino in particolare, uno fatto di legno, che faceva parte di quelle scale dove il passamano era così grande che ci potevi scivolare fino alla fine, i gradini erano accoglienti ad ogni passo scricchiolavano e tuttavia davano un forte senso di stabilità. Ecco è uno di quei gradini di cui vi voglio parlare.
Quella era una scala molto usata, molti e molti piedi erano passati su tutti quei meravigliosi, grandi e comodi scalini e veniva lucidata, sapete con quella cera per legno, quella che faceva un odore particolare, un po’ speziato, caldo…ogni gradino riprendeva la propria particolarità, ogni venatura parlava di ognuno di loro, tutti uguali ma diversi per unicità di sfumatura.
Un giorno quella scala non fu più usata, per tanto tanto tempo, le ragnatele e la polvere la rendevano ancora più affascinante, come una bellissima signora ancora in forma ma con il fascino dell’esperienza e della signorilità…
Ogni gradino aveva la sua storia, ma uno, uno in particolare era il più importante, lo era sempre stato e vi spiego perché.
La porta di casa si aprì, essa era posta proprio di fronte alla dormiente signora, ed insieme al sole entrò un lieve alito di vento, in controluce si alzò un pulviscolo sottile, sapete quelli che si vedono quando il sole entra in una stanza buia filtrando da un solo punto, esso da alle cose un’ aria misteriosa e bellissima, questo pulviscolo e come se si trasformasse in mille e mille pagliuzze scintillanti.
E così che nella sua maestosità la incontrò. La sua scala era ancora lì, lo sentiva, il cuore fece un balzo in petto, come una gazzella che salta per salire su una roccia. Si avvicinò sempre più, sembrava un incontro amoroso con un fantasma. Senza timore anzi con fare riverente si avvicinò sempre più. Accarezzò il passamano, e muovendo gli occhi in su e in giù controllò i gradini, perfetti erano tutti perfetti, lo sentiva.
Iniziò l’ascesa, si, come quasi volesse raggiungere una meta irraggiungibile, quasi le veniva di salirli gattoni questi gradini, come aveva fatto tante e tante volte, ci pensò un solo secondo e lo fece, si mise a quattro zampe e con immensa riverenza posò le mani e le ginocchia sul legno, accarezzava anche la polvere dimenticata li dal tempo, che giaceva immobile, a protezione di quella meraviglia.
Arrivata sul suo gradino si girò con grazia e si sedette. Sembrò quasi che il contatto del suo corpo facesse prendere vita ad un capolavoro dormiente. Era perfetto saldo come allora, eppure da li il mondo si percepiva in modo diverso, non era come quando era piccola, oggi tutto era cambiato, lei era cambiata, il suo modo di vedere e di sentire era molto diverso da allora.
Si accoccolò prese tra le sue braccia le gambe e vi posò la testa, in una posa così dolce che le pagliuzze che galleggiavano nell’aria sembrarono fermarsi per osservarla.
La visione dei primi gradini non era nitida, ma a poco a poco che il suo sguardo si posava su ognuno di loro il ricordo le tornava sempre più vivo, tanto che riusciva perfino a sentire le voci, i respiri di allora. Ecco, lo stesso tuffo al cuore, identico come una volta, sempre uguale, con la stessa cadenza, con lo stesso rintocco di un vecchio orologio che sottolinea l’immutabilità del tempo. Cuore di adolescente ora cuore di donna. Adesso tutto si muoveva come sott’acqua, come quando dei pezzi di stoffa danzano intrecciandosi e poi allontanandosi, un altro ricordo riaffirava, poco più che ragazzina aspettava il suo ragazzo che non arrivava mai, sempre seduta lì, sul suo gradino, … pian piano che i minuti correvano veloci la felicità si trasformava in delusione e poi in tristezza, e sempre su quel gradino le risate, le lacrime di gioia, quando, come una principessa scese con un passo tremante uno ad uno quei gradini scricchiolanti ma sicuri, appoggiata al braccio di suo padre pronto a lasciarla andare verso un amore diverso ma altrettanto importante.
Quante cose, quanti pensieri riapparivano, come quei fiori che stanno negli stagni, le ninfee, si, così si chiamano quei bellissimi fiori.
Tutti splendidi quei ricordi, la malinconia dell’infanzia che lasciava spazio a tumultuosi periodi adolescenziali, e che dire del suo diventare donna!
Ancora in su si mossero gli occhi, la luce era poca, fievole, inesistente, non arrivò a vedere la fine della scala, ma la ricordava, era un ricordo fantasioso, un po’ incomprensibile, gli ultimi gradini li aveva sempre immaginati come il divenire, ogni volta che da piccola saliva la scala, quando poggiava i piedi sugli ultimi gradini fantasticava di essere arrivata nel futuro, le piaceva molto quel gioco estroso, la portava dentro i sogni, quelli belli, quelli fatti di folletti e fate, di canditi e di risate.
Ora capiva che il futuro non era quello della sua fantasia dei suoi sogni, non era dolce ma amaro, amaro e terribile come il buio che la avvolgeva costantemente, eppure era sempre stata convinta del contrario, non erano ninfee quelle esperienze che sarebbero venute negli anni avvenire. Adesso il presente come un bambino dispettoso aveva dato uno spintone a quelle aspettative, colorate come l’arcobaleno, cancellando quei dolci sogni profumati di frutti di bosco e lavanda selvatica. Ah il suo presente, com’era buio il suo presente.
Sempre seduta li sul suo scalino di legno, era questo il suo presente. L’unica cosa che la confortava subito era il caldo tepore del legno che sentiva sotto il suo corpo da donna con ricordi da adolescente, questo le bastava, voleva rimanere così, all’infinito.
Quel tepore, il tepore del cuore, il tepore dell’infanzia, delle caramelle e delle corse nei prati. Non voleva alzarsi, non voleva andare. Si domandò cosa le rimanesse, nulla, solo il suo gradino solo i suoi ricordi.
Calde lacrime piene di malinconia le sgorgarono copiose, e, cadendo sul gradino lo pulirono dalla polvere, formando delle chiazze che sembravano grandi occhi, arrivava persino a sentire il rumore della lacrima che cadeva, sembrava il battito sordo del suo cuore, tump, tump. Ogni goccia si fissava sullo scalino, percepiva questo sguardo, il suo gradino riprendeva a vivere, il suo gradino la osservava con immensa tenerezza, ne era certa.
Lei aveva sempre pensato a quel gradino come una cosa viva. Il loro dialogo fatto di tutte le emozioni che il suo cuore poteva contenere riprese frenetico come allora.
Persa in quell’atmosfera surreale, un rumore, lieve, sottile quasi inavvertibile, .ma non per lei, i suoi sensi non stavano assopiti, erano stati risvegliati bruscamente da un incubo.
Alzò lo sguardo, una mano tesa era li, ne avvertiva la presenza l’odore, essa aspettava paziente che lei la afferrasse. Sollevò il viso, i suoi occhi sorrisero, qualche lacrima appesa ancora ai suoi bellissimi occhi cadde giù indispettita, obbligata a doversi tuffare nel vuoto. Mise delicatamente la sua mano nell’altra, l’appoggiò lieve, tutto si fermò, il tempo, il sole che entrava frenetico ma delicato, ed anche quelle pagliuzze che rendevano magico tutto.
Il cuore, solo il cuore batteva all’unisono con i suoi pensieri caldi e umidi, come piccole e grandi ninfee in uno stagno.
Lui la prese tra le sue braccia, posò un dolce bacio caldo su quegli occhi che non vedevano più da qualche anno, “andiamo”, le disse, “ritorneremo…”.

Soap society

Racconto breve / di Mario Melillo

Direttore

(Menzione al concorso letterario della Luiss Guido Carli ediz. 2008 sul tema: “Flessibili alla meta”)

Una cosa che mi ha sempre sorpreso è il contatto con le saponette, oramai sensazione da alberghi. Avevo smesso di usarle quando, morta mia nonna, ne ereditai casa. La mia è una casa moderna, per una famiglia moderna, regno incontrastato del sapone liquido. Ma negli alberghi, il contatto con la glicerina in tavolette provocava ancora strane sensazioni. Non riuscivo a spiegarmi perché nello sfregarle tra le mani, lasciassero sempre un senso di vischiosità, una sorta di resistenza. Anche nell’insaponare tra loro le mani, nello sfregarle sotto l’acqua, la resistenza del sapone persiste testardamente. Inizialmente catalogai la cosa come fastidio, da quando la prima volta mi tornò alla mente l’odore di zuppa di mia nonna, e quell’odore pregnante del disinfettante a base di alcool che utilizzava per detergere il bagno. Una sgradevole reminiscenza. Col tempo invece, ho compreso che la saponetta possiede una dignità superiore. Il sapone liquido in fin dei conti è un riflesso d’orgoglio, perfetta efficienza nell’emettere il suo fluido informe. E’ tecnologico, artefatto, con il beccuccio superbo e l’involucro baldanzoso, ci tiene a sottolineare che anche vuoto perpetua la sua esistenza grazie al monumento in plastica che gli hanno creato. È dittatoriale, perché anche quando finisce è celebrato dagli obelischi in plastica che si lascia dietro. Provo lo stesso davanti al Palazzo della Civiltà del Lavoro all’Eur, la mattina mentre vado in ufficio. Un enorme tabernacolo, vuoto orgogliosamente imponente. La saponetta invece è ostinata, è faticosa resistenza quotidiana alla sua erosione, alla sua fine. Quando la si posa sul lavandino, quelle ferite da cui sgorgano schiuma e bolle iridescenti, dicono “ho guadagnato un altro giorno di vita!”. E’ così che ho concluso che la saponetta è umana. Non è tecnologica neanche a volerlo! Il sapone liquido te lo immagini in catena di montaggio, la saponetta invece no. La saponetta ricorda la fatica primordiale degli esseri umani, la capacità di realizzare qualcosa di vissuto e genuino. Tra sapone liquido e saponetta, passa la stessa differenza che c’è tra la catena di montaggio Ford e gli operai di Marx. Gente che mette dentro il proprio lavoro parte di sé, della propria realizzazione. Non avrei dovuto pensarci proprio la mattina della firma del contratto. Ma è stato più forte di me. Appena sono entrato nelle toilette dell’ufficio ho percepito qualcosa di insolito. Non ho realizzato di cosa si trattasse, finché non ho staccato lo sguardo dallo specchio e l’ho indirizzato al lavabo. Avevo appena posato una saponetta!

Mi paralizzai a fissarla finché non entrò Sergio.

“Giulio ma che stai a fa’?” È un quarto d’ora che tengo in caldo i giapponesi, e tu stai a fissarti allo specchio?”

“Chi ha messo qui questa saponetta?”

“L’inserviente, meno male che mi hai ricordato di toglierla”

Vidi Sergio sollevarla, toccando schifato il piattino che la sorreggeva, e gettarli entrambi nel cestino.

“L’ho costretta a ricaricare subito il blister del sapone liquido – mi disse orgoglioso – coi giapponesi bisogna stare attenti, sai quanto sono igienisti. Dai, sciacquati e andiamo”.

Lo fissai riflesso nello specchio, fiero e elegante, finché non sentii la frizione del sapone sparire definitivamente dalle mani.

 “Stiamo facendo una pazzia”.

La sua voce esordì con leggero tremore “Dici che ci vogliono fregare?”

“Chi?”

“I giapponesi! Non parlavi del contratto?”

“Ma che contratto! – ribattei stizzito, rendendomi conto che non poteva capire – parlo del nostro lavoro, abbiamo sbagliato tutto”

Il riflesso di Sergio nello specchio parve tremolare per un istante “Che vuoi dire? Ma che ti è preso?! Sono giorni che sei strano. Parliamone dopo la firma, ok?”

“Tu non capisci! – ribattei – Che lavoro facciamo noi nella vita?”

“Offriamo personale alle aziende, i primi in Italia, e allora?!” replicò Sergio, sempre più seccato.

“Ma che personale e personale! Noi facciamo affari speculando sul futuro di chi si affida a noi. Offriamo contratti precari, a scadenza immediata ed incertezza futura”.

Vidi Sergio raddrizzarsi fiero sulla schiena e sospirare profondamente, con l’aria di chi ha capito tutto della vita e sta per rivelarne il senso agli sprovveduti. “Si chiama flessibilità del mercato del lavoro. Dipendenti flessibili che si adattano all’offerta di lavoro più vicina alle loro competenze”.

“Menzogne Sergio! E lo sai anche tu” sbottai, e senza accorgermene, alzai la voce.

“Anche noi abbiamo cominciato così! Abbiamo fatto esperienza a sufficienza e poi aperto una nostra società. Ora potrei anche raccoglierne i frutti se ti muovessi a firmare l’accordo coi giapponesi”.

“Che si sventrino con una katana i giapponesi! Si tratta della nostra vita e delle responsabilità verso le vite degli altri!”

Sergio mi spaventò: sbatté la mano sul lavabo in marmo, con una violenza tale, da farmi sobbalzare. “Queste fesserie non tirarle fuori adesso! Capisco che sei sotto pressione, stressato, ma stiamo per arrivare alla meta! Stiamo per firmare il primo accordo con una società internazionale! Siamo ad un passo dalla meta, non fermarti ora!”.

Rimasi bloccato, mi passarono davanti mia nonna, il suo funerale al quale non avevo partecipato, e le facce di centinaia di operai intenti a fare saponette. Non so se questi ultimi siano mai esistiti, ma di certo mi inquietarono.

 “Sergio noi come ci siamo arrivati alla meta? Te lo ricordi? Se non fosse stato per il prestito di tuo padre e quello che ho chiesto io alla banca ipotecando casa, non avremmo mai aperto questa società!”

“E allora? il prestito l’hai restituito due anni dopo, neppure io mi sarei aspettato tanto, eppure ci siamo. Dov’è il problema?”.

“Siamo arrivati alla meta perché avevamo le risorse per farlo! Io ho ancora la casa perché ho tenuto alla corda centinaia di persone che oggi, alla mia età non possono avere una casa perché con i contratti che gli facciamo non danno i soldi neanche per comprare una saponetta!”.

“Una cosa? Tu stai male amico mio. Dopo la firma del contratto ti prendi due settimane di ferie!”

“Tu che sapone usi a casa Sergio?”

“Ma che dici Giulio?! Sono tutti quei libri di filosofia che leggi, lo sapevo che prima o poi ti avrebbero intortato il cervello!”.

“Rispondi!”

Sergio sospirò alzando occhi e braccia al cielo “Uso il sapone liquido, contento adesso?”.

“Vedi è come pensavo, tu usi e getti! Non pensi alle cose che durano e si estinguono gradualmente nel tempo!”

“Vieni di là Giulio o ti ci porto con la forza, e sai che ne sono capace!”.

“Le cose si consumano gradualmente con il tempo e, naturalmente, raggiungono il loro obiettivo. La “meta” come la chiami tu. Ma quelli il cui futuro dipende da noi come la raggiungono?”

“La raggiungono anche loro, non ti preoccupare – Sergio era stremato e il viso rosso tensione – solo in maniera flessibile tutto qua, arrivano anche loro alla meta, flessibili ma ci arrivano!”.

“No, no, tu sei proprio un uomo da sapone liquido, svuoti le persone, svuoti interi scatoli di persone! E poi butti l’involucro. Roba vecchia! Anche tu negli anni ti sei svuotato Sergio, sei diventato un orgoglioso flacone di te stesso!”

“E tu quand’è che hai scoperto di essere un sindacalista?! – gridò Sergio con tutto il fiato che aveva in gola – Cristo santo, ora tu vieni di la, firmi il contratto e ti prendi una tregua perché il troppo lavoro ha svuotato te, non me!”

E’ stato in quel momento che capii cosa era successo. Sergio aveva ragione. Mi voltai verso la vetrata alle mie spalle, come spronato da un brivido di freddo.

“Non ci avevo mai fatto caso, e tu?”

“A cosa Giulio, a cosa?!”

“Si vede il Palazzo della Civiltà del Lavoro, dal bagno del nostro ufficio!”

“Non l’avevo mai notato, contento? Evidentemente zio Benito ci sapeva fare con malta e calcestruzzo, te ne regalerò un modello in scala appena lo trovo ora vieni di la, te lo chiedo per favore”.

Ero ipnotizzato da quella vista.

Se Sergio non mi avesse trascinato fuori dalla toilette non credo sarei riuscito a staccarmene. Avevo avuto l’imput di ciò che detestavo sotto il naso per tanto tempo, e non l’avevo mai notato, assurdo persino per me. L’obelisco di una società informe ed iridescente, come la mia.

Firmai il contratto. Pranzammo con pesce crudo e sakè, e con Sergio che attraverso l’interprete esaltava l’accordo assieme ai commensali del sol levante.

Aspettai la fine del pranzo per dirglielo, non volevo fargli andare di traverso il sushi. Ma a ben pensarci la precauzione fu inutile, alle parole “Mi dispiace, lascio il lavoro”, Sergio non si scompose. Attese con silenzio di circostanza poi pronunciò una sola domanda “Quando?”.

Risposi “Tra un mese” e lui, “Va bene ma posso liquidarti solo metà delle quote, il resto alla fine dell’anno”. Acconsentii con un cenno del capo e finì così la mia avventura nel duro mercato del lavoro flessibile.

“Cosa farai Giulio? Venderai saponette?” chiosò Sergio, con tono da parodia. 

Sono passati anni e in effetti vendo saponette. Alta qualità e lavorazione artigianale. Produco ed esporto, ironia della sorte, soprattutto in Giappone.

 

“La nera signora”

Ringraziamo Ester Bongiorno per averci concesso di pubblicare questo breve racconto. E’ un lavoro decisamente autobiografico, ma dai toni a tratti veramente poetici.

Grazie Ester, riceviamo e pubblichiamo.

La Redazione

“Io e la nera Signora giochiamo ogni giorno.
La incontrai ad una fiera. O meglio, fu quello il primo contatto. A dire il vero iniziai a giocare con lei anni dopo. Tuttavia non la riconobbi subito. E’ solo negli anni a venire che un ricordo polveroso mi riportò chiara la sua immagine. Ella mi aspettava seduta in un angolo.
Mi osservava, sapeva che ero il soggetto giusto per giocare con lei. Aspettava solo che mi facessi avanti. L’invito che mi porse devo dire che era molto allettante. Abboccai al suo amo come un pesce affamato. Il suo amo era dorato e scintillava nel buio della mia presunzione. E’ negli anni che seguirono che iniziò seriamente il nostro gioco. Vi devo dire che la mia amica, conosce dei trucchetti biechi, è libera da ogni pregiudizio e priva di moralità.
La nera Signora ha molteplici volti e innumerevoli fattezze. Ella è piccola e anziana, bianca o nera, grassa e magra. Posso assicurarvi che sa davvero prendere le sembianze di chiunque. Porta abiti sempre diversi, eleganti, dimessi, stracciati o di marca, in alcuni casi nemmeno li indossa. E sì, è fatta così la mia compagna di gioco, ama stupire. Oserei dire che stupire in genere è la sua caratteristica principale. Sì, è un po’ cattivella per taluni, per altri è necessaria per me è solo una compagna di vita.
Alla nera Signora non piace che la guardo in faccia e la sfido ogni giorno. E’ così che abbiamo iniziato a giocare insieme.
Ella è molto presuntuosa, altezzosa e si sente onnipotente. E’ convinta di vincere sempre, io ogni giorno cerco di dimostrarle il contrario.
Devo ammettere che fino ad ora è in vantaggio lei, io però mi difendo bene.
Sapete cosa fa la burlona? E sì, la mia amica certe volte scherza, organizza degli scherzi davvero strani. Quando iniziamo a giocare, ama gironzolarmi attorno, in modo da farmi confondere e mi soffia addosso un vento gelido che mi fa accapponare la pelle. Povera ingenua, come se le sue magie da scolaretta potessero farmi desistere da questo gioco, consegnandole in un piatto d’oro la sua vittima prescelta.
Ogni volta, quando mi chiama per giocare, dimostra molta abilità e fantasia nel farmi trovare tutto già organizzato. Certe volte mi spiazza e mi stupisce, è molto eclettica, ama mettermi sempre alla prova. Povera stupidona. Non sa che anche io non scherzo.
Voi mi chiederete come giochiamo, questo non posso rivelarvelo, ma so che il mio gioco consiste nel metterle i bastoni tra le ruote. Sì, le ruote del suo carro, quello che usa per portarsi via i prescelti. E lei balla, balla, la signora del tempo, gioca con me e con questo mio lavoro, che in quest’ epoca oscura diventa impossibile. Morti giovani uccidono la mia voglia di combattere, poi la guardo sorrido e riprendo il gioco. La spettrale signora continua il suo compito, ed io ogni giorno instancabile punto su di me. Vorrei dirvi come si indispettisce, ma credetemi, non riuscirei a rendere viva l’idea.
La nera Signora è molto viziata, allora quando per un po’ le porto via qualcuno mi fa il broncio, e mi organizza più spesso dei giochi, quasi volesse la rivincita immediata. Quando vince, invece, la presuntuosa mi osserva ridendo. Le sue risate me le fa sentire forti, sono nascoste nelle urla disperate delle persone presenti. E ride… ride. Io oramai le conosco bene le sue risate.
Sapete, per alcuni, ella è seducente. Io la trovo meschina. Accattiva le vittime con allettanti proposte. Purtroppo chi non conosce il suo vero volto la vorrebbe sposare.
L’unico pregio che le riconosco è che sa essere una grande maestra di vita. Fa in modo di organizzare giochi duri e cattivi, ma nonostante ciò devo dire che mi insegna ogni giorno cose importanti.
Ama molto fare spaventare chiunque, ma standomi accanto quotidianamente, piano piano, quasi senza farglielo notare, ho iniziato a non farmi intimidire molto da lei. Anche la nera Signora si è abituata a me, ma non smette mai di minacciarmi con paure e angosce. Da parte mia, devo dire che questo gioco mi appassiona e la sfida mi rende molto viva, tanto che certe volte sento il suo sguardo puntato su di me. Allora la guardo in faccia e pazientemente le faccio capire che se mi porta via non avrebbe con chi giocare . Lei ammicca e mi sorride. Lo so che prima o poi si stancherà di giocare con me e mi porterà via, la capricciosa. Spero solo che in quel momento abbia un po’ di rispetto per la sua vecchia compagna.”

La scatola dal profumo di quercia

Un romanzo (molto) breve / di Alberto Landi

 

Alberto Landi

Non c’erano stelle quella notte, lassù nel cielo. Né luna. Gli unici barlumi di luce, pochi lampioni dalle lampade giallastre, pulsavano nevrotici nel silenzio, rendendo il vuoto ancora più freddo. Solo buio e ombra a percorrere nel vento le strade. Il resto era nero. Nero e cupo, come aria prima di una tempesta.

Non c’erano persone, là fuori. Né cani. E minacciosi ululati correvano impazziti negli anfratti di quel decadente paesino.  

Quella notte, la ragazza riposava rannicchiata e protetta nella sua casa. Tra le dita minute stringeva una scatola, una piccola scatola di legno macilento. Non amava particolarmente quell’oggetto, anzi, ne provava un misto di odio e repulsione, ma era l’unica cosa, insieme all’antro del caminetto acceso, che in quel momento di solitudine le trasmettesse il calore di cui aveva bisogno. La aveva acquistata qualche giorno prima, quando lui era ancora lì con lei. Se ne era andato tra nebbia e brina con il suo solito “a presto amore”, lasciandola di nuovo sola, a baciare l’immagine del profumo della sua pelle, persa nel verde dei suoi occhi. Non le era rimasto altro di lui, sennonché quella scatola, e la promessa del ritorno.

Adesso restava, e sedeva abbandonata sulla sua poltrona al caldo crepitio del fuoco. Le palpebre socchiuse, lo sguardo fisso alle fiamme divampanti di fronte a sé. Era molto stanca, forse dalle mille cose che aveva fatto quel giorno, forse semplicemente dall’oscurità del cielo. Eppure, non sentiva alcun bisogno di dormire. In quel momento desiderava solo rilassarsi, e lasciarsi cadere nelle braccia dei suoi liberi pensieri, sparsi come sabbia su un tavolo. Voleva ricordare, voleva riportare alla mente, ancora una volta, la figura del suo ragazzo, di quel giovane uomo che tanto amava. Ne sentiva la mancanza. Era lui che la abbracciava nelle notti d’inverno, e la riempiva di dolce serenità, così come il fuoco quando pervade il corpo con il calore del suo sfuggente scarlatto. Osservando immobile le fiamme davanti a sé, rivide in esse brani di memoria. Rivide il volto di lui, i capelli neri, le labbra morbide, il collo, il corpo agile e vibrante, e quella sua camminata tanto buffa. Sentì la sua voce, sottile e acuta, e non poté fare a meno di confrontarla a quella di suo padre, all’opposto scura e profonda. Già, suo padre. Di lui rammentava soprattutto lo sguardo, fiero e sicuro, eppure perdutamente triste, crepuscolare, perennemente alla ricerca della donna che aveva sempre amato sulla linea infinita dell’orizzonte.

Nel fuoco, era tornata bambina, e la malinconia si era presa il suo cuore. Ma questa volta non voleva rifiutare e fuggire il proprio abbattimento, il proprio dolore. Desiderava continuare a ricordare e a ricucire lentamente i fili del tempo nella tela della sua mente. Sentiva di averne bisogno, sì, di quel contatto con il passato, adesso, perché troppo tempo era trascorso, troppo tempo si era depositato.

Si strinse allora le ginocchia al petto, tenendo la scatola in grembo, e lasciando appoggiati i piedi al margine del camino, e chiuse gli occhi. Adorava quei momenti di silenzio al termine del giorno, di quiete assoluta, quando l’anima si adagia leggera sul corpo, e respira, finalmente libera.  

Buio.

Riaprì gli occhi di scatto. Niente era comparso sul nero sfondo della sua mente. Niente aveva percepito dentro di sé. Solo buio. Era stato come se tutta la sua persona si fosse spenta per un brevissimo istante, e il mondo intorno fosse andato avanti. ‘Stanchezza’ fu l’unico pensiero a raggiungere la sua coscienza; ‘sono troppo stanca, non riesco neppure a pensare senza dormire…’ pensò. Eppure, sapeva di non aver dormito.

Decise di non rimuginarci oltre. Se ci si addentra in simili riflessioni a certe ore di notte, finisce che non se ne esce più. Allungò quindi il braccio, raccolse un pesante legno, e lo gettò senza molta cura nel camino, che rispose seccato con una vampata di scintille.

Con il preciso intento di dormire, si abbandonò nuovamente alla sua poltrona, e lasciandosi cullare dalla morbidezza dei cuscini, socchiuse lentamente le palpebre.

Buio.

Silenzio.

Freddo!

Si alzò di soprassalto, trasalendo violentemente. Ancora quella sensazione. Più intensa questa volta. Cosa poteva essere? Si guardò intorno, gli occhi spalancati, le pupille dilatate nel bianco spavento. Si aspettava fossero passate delle ore, e che il fuoco fosse ormai spento. Si aspettava di vedere le finestre di quella stanza spalancate, la loro resistenza vinta dalla pressione della bufera invernale. Sì, non poteva essere diversamente.

Ma non fu così. I vetri erano intatti e ben fissati, il ciocco che aveva gettato appena poco prima era ancora intonso dalle fiamme, e le scintille non avevano cessato di divampare. Era stato dunque un attimo. Un attimo troppo breve per poter aver riposato o essere stata vittima di un incubo, o perso conoscenza. Un attimo terribile, pervaso da un silenzio cupo, irreale. Non la solita quiete notturna, non un improvviso calare delle intemperie. Un silenzio pesante, violento, in cui aveva avuto…FREDDO. Immediato e istantaneo, improvviso e pungente come una folata di vento gelido sulla pelle. Eppure, non era tutto.  

Ricordava di non aver potuto respirare, come se qualcosa la stesse schiacciando, risucchiando dall’interno. No, non era stata una semplice suggestione, o allucinazione frutto del poco riposo. Questa volta ne era sicura. Era sembrato che la sua coscienza, la sua mente stessero precipitando in un vuoto oscuro, nero come notte, silenzioso e freddo come morte.

Ancora ansimante,  madida di sudore, la ragazza era adesso terrorizzata, e si sentiva terribilmente debole.  

Ricadde pesantemente sulle ginocchia, e solo l’urto con il ruvido pavimento le rese chiaro di essere schizzata in piedi poco prima, con occhi e bocca spalancati alla disperata ricerca di un respiro, o di qualsiasi altra cosa la potesse riportare al luogo da cui era stata strappata via, seppur per un brevissimo interminabile istante.

Sentì il suo cuore battere furiosamente, e, seduta sui talloni, appoggiando i palmi delle mani al suolo, abbandonò il capo verso il basso, cercando una qualche improbabile forma di rilassamento. Lo sguardo fisso davanti a sé, senza vedere nulla, i pensieri rincorrendosi ormai vorticosi sull’accaduto: che cosa le era successo? Perché? Da dove proveniva tale sconvolgimento? Continuava a porre domande a sé stessa, ricercando una qualche verità, ma l’unica risposta che ne ebbe fu il costante sibilo del vento al di là delle finestre, tra le case e lungo le strade.

Ora i battiti stavano tornando a pulsare regolari, e con un ultimo ampio respiro, reclinò il capo all’indietro, arcuando la nuca. Sì. Era tutto finito, ma il ricordo inquietante di quel buio, di quel freddo, erano rimasti, e almeno per quella notte non se ne sarebbero andati.

Si sollevò in posizione eretta, resistendo ad un lieve giramento di testa. Le era venuta una terribile sete, al contrario del sonno, che le era sparito del tutto. Mosse dunque un passo verso la cucina, e nel farlo, le sue dita urtarono contro qualcosa. Era la scatola. Quella orrenda scatola di legno. Doveva essere caduta nello scatto improvviso di pochi minuti – secondi? – prima.

Notò che era aperta, leggermente divaricata sui propri cardini di ottone. Non si era spalancata nella caduta, ma solamente socchiusa, come una porta attraversata da un velo di vento. Quel particolare colpì la sua attenzione: quello stesso giorno, in preda ad una mordente curiosità, aveva provato in ogni modo, invano, a forzare quella sottile, tenace fessura lignea.

Ma adesso era lì, invitante, aperta, ed il suo misterioso contenuto la attendeva.

Lentamente la ragazza si inginocchiò, e protese le sue esili braccia verso quel piccolo scrigno. Il barlume del fuoco le accarezzava il viso, e le scivolava dalla guancia sul collo,  cadendo poi sul fianco, lungo la gamba, esaltando il candore di quella pelle. Gli occhi, invece, rimanevano nell’ombra, oscuri alla luce, rapiti, freneticamente fermi sull’oggetto di fronte. In quel momento, se qualcuno avesse potuto osservarla, avrebbe visto nel suo sguardo una nervosa incertezza, e quel timore che solo la giovane età può donare ed ingenuamente far risplendere.

La ragazza infatti, provava un misto di quelle due emozioni. Non sapeva che cosa vi avrebbe trovato, là dentro, né se ciò che vi era racchiuso avrebbe potuto catturare – catturarla!-  la sua attenzione, o in qualche modo interessarla. Ma la scatola la stava chiamando, e ad ogni secondo la stava inestricabilmente vincolando a sé. Adesso doveva aprirla.

Le mani tese si protrassero ancora in avanti, finché le dita avvolsero il legno, e lentamente lo carpirono. Rimasero per un momento immobili, poi, ne tastarono la consistenza, ne avvertirono i minuscoli nodi, gli invisibili anfratti, le scanalature, il tempo. Portandosi la scatola al volto, la giovane donna la annusò, e non poté evitare di assaporare il profumo degli anni: un aroma dolce, elegante, leggero. Fusti di quercia, foglie di frassino, muschi e boschi dopo violente quanto brevi piogge d’estate. E quell’odore così particolare…così pungente…come…come di una soffitta che da lungo tempo non viene esplorata, e rimane da sola, a contemplare il vuoto e a conservare memorie. Come… come quei sigari…e quella camera. Quella camera dalle pareti rosa.

Il ricordo invase nuovamente la mente della ragazza. La stanza. Le pareti rosa. Come aveva fatto a dimenticare? Solo Dio sapeva quante volte vi era entrata, la maggior parte delle quali correndo come una pazza, con il sorriso in volto e la risata nel cuore. E tutte le volte la voce, quella voce, profonda, dolce, la ammoniva: “Ma quante volte ti devo dire di non correre a questa maniera?”.

Risolini.

“Finirai per scivolare e farti male. Ti conosco troppo bene. E dopo piagnucoli! E non ti sopporta più ne…”. L’ultima parola strozzata da un peso che si era gettato, a piena velocità, sul petto dell’uomo. E da un altro peso.

“Sei una scemina, ecco cosa sei!” continuava, questa volta sorridendo, quella voce.

La bambina in tutta risposta faceva la linguaccia, ed esclamava: “NON chiamarmi così!”

“Io ti chiamo così quanto mi pare e piace! Scemina! Scemina scemina scemina scemina!”

“Papàààààà!!!!”

“Eh eh… eddai, ora lasciami finire qui. Poi vengo e ci prepariamo qualcosa, ti va?”

“Va bene….basta che non mi chiami più scemina!”

“Solo quando te lo meriti!”.

La bambina scendeva infine dalle ginocchia dell’uomo, e, ancora sorridendo, si congedava da quelle pareti rosa.

Adesso la ragazza ricordava tutto. La scrivania in quella stanza, così scura, così morbida e liscia allo stesso tempo, esattamente come il legno della scatola che in questo momento stringeva tra le mani. E poi i sigari, che suo padre lasciava nel secondo cassetto, nell’angolo in fondo, sulla destra, chiusi nella loro confezione di cartone. Non ne aveva mai visto uno al di fuori della sua custodia, eppure l’odore che emanavano quando li avvicinava di nascosto al naso, pervadeva tutto lo spazio intorno. Suo padre li fumava spesso, ma mai alla vista della piccola. Lei lo sapeva, e quando da lontano ne avvertiva l’odore, si avvicinava silenziosamente alla porta, e dalla fessura lo osservava. Ammaliata dalla sua imponenza, lo contemplava respirare e soffiare grigie, dense nuvole. Lo sentiva tossire, e ricordava la sua apprensione quando negli ultimi tempi quella tosse si era fatta cavernosa, ruvida, simile ad un rantolo.

Rammentava il letto, lungo e soffice, così accogliente e caldo nelle fredde notti d’inverno, unico giaciglio in grado di strappare un bambino alle sue paure, e di abbracciarlo in un dolce sonno.

E poi i quadri alle pareti, dipinti ormai antichi e ingrigiti dal tempo, raffiguranti scene rurali di pastori, greggi, campi e venti.

E le mattonelle, e il colore del soffitto, e le finestre tinte di bianco.

Infine vedeva, ancora una volta, inevitabilmente, suo padre, seduto curvo sulle carte, immobile, tenebroso, oscuro nel suo mistero. Ricordava di aver trascorso spesso delle ore ad osservarlo, annotando i particolari della sua figura, tentando di scavare dentro la sua persona, cercando una risposta. Perché quello sguardo, allegro quando si rivolgeva a lei, ma così lontano appena volgeva gli occhi dalla sua bambina? E quel sorriso, mai del tutto sincero, timida, inespugnabile maschera per nascondere… preoccupazione?  Malinconia?

Eppure…

Sì. Adesso, anni dopo, se ne rendeva pienamente conto: era dolore, quello sul volto dell’uomo.

Dolore per una perdita, per una mancanza.

 

Una goccia cadde silenziosa dagli occhi della ragazza. La paura aveva lasciato il posto al tormento. Il ricordo, all’inquietudine.

No, suo padre non poteva aver provato tanta sofferenza. Se un uomo forte e vigoroso come lui  non era riuscito a celare, a tacere il sangue sgorgato dal suo cuore neppure agli occhi di una bambina, evidentemente la ferita era straziante.

Ma cosa poteva esservi di tanto orribile? Di così lacerante?

Che fosse….che fosse colpa sua, della bambina? Che fosse il fatto di essersi accorto di aver trasmesso il proprio dolore alla figlia, ad averlo posto di fronte alle sue paure? Che fosse stato proprio questo ad ucciderlo, ad abbandonarlo a quella tremenda malattia, il riconoscimento di aver fallito nella battaglia più importante, ossia lasciar vivere la piccola serenamente, lontana dalla propria vita e dalla propria anima distrutta, dal proprio dolore?

La ragazza stava tremando. Gli occhi nuovamente spalancati, fissi nel nulla. E ancora quel freddo che come morte, come nebbia nell’oscurità, si era impadronito di lei.

Si strinse a sé, avvolgendosi nelle proprie braccia, alla disperata ricerca di un qualche calore. Ma il calore non c’era. Era sola, e il fuoco, fino ad allora così costante e fedele, adesso non poteva più raggiungerla. Il gelo proveniva adesso dal suo cuore, dal sangue di una nuova ferita: perché la colpa era sua.

Per tutto questo tempo, lei aveva evitato sistematicamente il ricordo dell’uomo, dei suoi sigari nel cassetto, della stanza dalle pareti rosa. Non voleva… non doveva ricordare! Perché nell’inconscio, lo sapeva! Lo aveva sempre saputo! Era stata lei ad aver posto suo padre di fronte alla verità di non essere riuscito a salvare la bambina, a non trasmetterle le proprie ferite. Sì, adesso capiva. Capiva il motivo per cui ogni volta che tentava di ricucire il passato, provava il desiderio di rifuggirlo. Perché se mai, un giorno, avesse affrontato i propri fantasmi, se mai avesse aperto la porta della soffitta, vi avrebbe trovato il mostro. La propria colpa. Ed il dolore contro cui suo padre aveva sempre combattuto, portandolo alla sconfitta, alla rovina, alla morte.

Gridò. Il volto contratto in una smorfia. Le lacrime dirompenti.

Lo aveva visto, il mostro, e invece di fuggire, di correre via lontano nella sua vita e nel suo tempo, dimenticando, le era andata incontro, lo aveva guardato in faccia. Ed aveva riconosciuto il proprio volto.

‘Papà…ho fallito ’ , fu il suo ultimo pensiero prima di cadere distesa sul pavimento.

 

 

Nulla. Silenzio.

Stranamente, si sentiva leggera, ora. Vuota, come vuoto è il cuore senza un’anima. Debole, fragile. Come se tutto il sangue le fosse fluito via dalla ferita, e si fosse dipanato nei suoi ricordi, in quei ricordi che tanto aveva respinto, e che, impietosi come dardi avvelenati, adesso erano tornati a colpirla.

Supina, di niente le importava, niente voleva, niente ricercava più. Si volse su un fianco, in posizione fetale. Desiderava solo che il tempo le scorresse, le crollasse addosso. Se il mondo fosse terminato in quell’ istante, di sicuro non avrebbe avuto nulla da obiettare. Avrebbe accolto la fine benignamente, quasi con serenità, conscia che almeno la sua sofferenza sarebbe definitivamente cessata.

Chiuse gli occhi. Riaprendoli, si guardò le mani, che nel frattempo aveva portato alle labbra, in un naturale istinto di protezione. E notò, con una certa sorpresa, che stringeva un involucro. Dall’odore, lo riconobbe subito. Quercia, boschi, tempo.  Dopo tanti pensieri, tanti sconvolgimenti, quel legno così simile alla scrivania dell’uomo del passato era rimasto legato alle sue dita, senza che lei se ne accorgesse.

La scatola. La ragazza quella sera, ne era stata ammaliata, conquistata, e non appena aveva cercato di svelarne il mistero, era stata scagliata lontano, nei più oscuri recessi della mente, a svelare il proprio mistero. Aveva affrontato il passato, ed era stata sconfitta. Adesso era pronta. Il timore, l’angoscia, cessati. Il niente albergava nel suo cuore.

Afferrò il coperchio, e con un movimento fluido, distaccato, debole, lo sollevò.

E finalmente, guardò.

Ciò che vide, le provocò un forte, quanto improvviso tumulto. Il suo cuore mancò un battito, e il vuoto si riempì.

Nella scatola, era contenuto un sigaro. Uno. Uno solo. Se ne stava lì, immobile, inclinato lungo la diagonale, netto e deciso nel suo marrone scuro. La sua vista colpì forte il petto della giovane, che in quel momento non ebbe il coraggio per afferrarlo. Non era un sigaro come tanti altri. Il colore, la lunghezza, la consistenza, e quelle pieghe così speciali della superficie, lo rendevano unico. Unico come gli altri, nell’angolo destro del secondo cassetto. Lo avvicinò alle narici, per sentirne l’odore. Annusò, e rivide suo padre. Ma questa volta, il ricordo era diverso. Non rammentava, infatti, quella scena della sua infanzia, e tutto le apparve come la prima volta, agli occhi di una bambina.

 

 

 

Sta l’uomo, in piedi, eretto nella sua imponenza. Una mano in tasca. L’altra all’altezza del mento, regge tra l’indice ed il medio un sigaro, quel sigaro. E’ voltato verso una finestra aperta sull’esterno, ed osserva l’orizzonte, alla ricerca del solito perduto che non tornerà. Dietro, una piccola gracile figura lo contempla, soffermando l’attenzione su invisibili particolari, assaporando l’odore della sua pelle portato dal vento.

D’un tratto, lui si volta. Si accorge di quella minuta presenza alle spalle, e la guarda.

Non vi è autorità, né potere. Solo la debolezza di una malattia, e il candore di un’anima abbandonata, senza veli. L’uomo non osserva più l’infinito al di là del sole, eppure, la triste luce dei suoi occhi, non è mutata. Adesso, l’orizzonte, piccolo e gracile, lo ha di fronte a sé, si chiama Isabel, e gli sta ricambiando lo sguardo.

Silenzio, vento.

Ancora silenzio.

E per lunghi, interminabili istanti, negli occhi umidi, dolci, vi sono parole.

Parole di affetto, parole di una vita.

Parole di un uomo, alla donna da lui sempre amata, al tesoro perduto, che non rivedrà.

Addio, amore mio.

 

Quando la ragazza riaprì gli occhi, stava piangendo, ma non di dolore. Il sussurro “papà…” smorzato in gola.

Aveva dormito, strappata via alle sue paure. Era stata abbracciata, lo sentiva adesso, e aveva singhiozzato nel sonno. Ma non era triste. Non vi era buio, non vi era freddo.

Si alzò in piedi, e sentì il vigore della gioventù percorrerle i muscoli.

Un raggio di sole le illuminò il viso, e l’alba le pervase il cuore. Era felice. Non vi erano colpe, ma solo l’amore di un uomo dentro di sé.

Si avvicinò alla finestra, e quando la spalancò, l’odore della brina le carezzò soffice i capelli.

Con gli occhi ancora umidi, ed un grido nel cuore, gettò lo sguardo nell’infinito.

E nel vento, lontano all’orizzonte, vide suo padre.



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