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Cinema, le origini: la sua filosofia le sue tecniche

Cinema, microsaggio / di Federico Striuli

FEDERICO

Non appena è apparso chiaro che a curare il primo articolo di cinema della rivista sarebbe stato il sottoscritto ho subito pensato di dover dedicare il mio primo “pezzo” alla seguente domanda: che cos’è il cinema? Questo interrogativo, posto parafrasando il titolo del noto opuscolo sull’illuminismo di kantiana formulazione, nasconde interessanti riflessioni.

Infatti nel cinema, più che in ogni altra forza espressiva, si intravede una dimensione puramente olistica. Ben sappiamo che “più mele non fanno un melone”, tuttavia il rapporto tra mezzo e messaggio, tra forma e contenuto, si manifesta nel cinema nella sua forma più completa. In esso la sommatoria qualitativa delle parti è differente della somma delle parti prese singolarmente.

A proposito della settima arte, il problema è piuttosto complicato. In effetti, il cinema è l’unica espressione artistica che ha quattro dimensioni (poiché fa propria anche la grandezza del tempo). Questa sua peculiarità ci porta a fare alcune riflessioni. Come la fotografia, le potenzialità icastiche del cinema sono evidenti: l’arte dell’immagine non è solo nell’immagine medesima, che è in genere rappresentazione della realtà, ma anche e soprattutto in tutto ciò che la circonda. Un secondo di film contiene 24 fotogrammi (al cinema), che per estensione potremmo considerare 24 foto e ancora, senza troppe forzature, 24 istantanee della realtà. Come la fotografia non è solamente rappresentazione della realtà, anche il cinema ha possibilità e fini eterogenei.

Abbiamo accennato al fatto che il cinema ha la peculiarità di essere aderente alla dimensione del tempo. La difficile definizione di questo non ci impedisce però di tracciare un continuum tra esso e il cinema. Nel nostro discorso non bisogna fare riferimento a una concezione rigorosamente scientifica e quantitativa del tempo. Il punto di maggior rilievo può essere forse riconducibile alle teorie bergsoniane. In estrema sintesi (e anche col rischio di essere incompleti) Henri Bergson sosteneva che il tempo è una dimensione puramente interna, non misurabile e, soprattutto, caratterizzata dal fatto che il suo scorrere non omogeneo è cumulativo, e in questo modo il cervello lo assimila e lo comprende. Come ignorare questo parallelismo?

Ennio Flaiano diceva: “Il cinema è l’unica forma d’arte nella quale le opere si muovono e lo spettatore rimane immobile”. Da un punto di vista scientifico, il movimento delle immagini non è che un’illusione ottica. Si tratta del principio dello scorrimento di immagini ad alta velocità: più questa aumenta, più il cervello (e non l’occhio in sé) non riesce a scernere le singole immagini e assorbe solo l’illusione ottica del movimento.

Nella ricerca della vera essenza dell’arte filmica, non possiamo non sottolineare come la dimensione del tempo poggi stabilmente sulle sue possibilità narrative. Nessuna forma espressiva riesce a sintetizzare in maniera così completa il racconto dell’azione e le finalità rappresentative dell’azione medesima.

È proprio questo aspetto che consente di non relegare il cinema alla mera trasposizione della realtà. La malleabilità della pellicola palesa possibilità fortemente manipolative della struttura narrativa medesima. Idee politiche, esperimenti artistici, speculazioni teoriche e astratte finiscono quasi sempre per esplicarsi proprio attraverso questo “trucco”. Sorge allora spontanea una domanda: qual è il momento pratico che permette di agire sulla pellicola nel senso precedentemente accennato di gestire il racconto? L’atto pratico di giocare col tempo e nel tempo e di modellare la narrazione a proprio piacimento viene svolto nel momento del montaggio. Grandi registi del passato e del presente (da Eisenstein passando per Kubrick) hanno rivolto la loro attenzione proprio a questo aspetto.

Un’altra domanda è: di chi è il film? Un film è un figlio collettivo e in quanto tale appartiene a chi l’ha creato, a chi ha contribuito a realizzarlo ma soprattutto al pubblico. Non ci chiederemo in questa sede se il significato reale dell’opera sia quello che l’autore intendeva dargli o quello inteso dal pubblico. Non ci chiederemo in questa sede se il significato reale dell’ opera sia quello che l’autore intendeva dargli o quello inteso dal pubblico. Sembrerebbe più utile chiedersi se e quanto questo stesso messaggio sia più o  meno condizionato dalle esigenze produttive dell’opera. Si tratta di un aspetto importante, sul quale spesso si soffermano i puristi più accaniti.

Utilizzando provocatoriamente un lessico marxista, potremmo dire che nel caso del cinema i mezzi di produzione necessari sono molti e non alla portata di tutti. Ecco perché, con l’eccezione dei primi anni di vita di quest’arte, la realizzazione dei film è andata di pari passo con maggiori o minori condizionamenti da parte dei produttori. Eppure, ancora oggi (sempre più raramente, purtroppo) si sfornano alcuni piccoli gioielli. Quindi, se è vero che normalmente si rileva un certo peso di fattori alieni all’arte in sé (si pensi al marketing), non sempre questi sono totalmente determinanti ai fini di un imbrigliamento delle potenzialità espressive del grande schermo. Né vanno dimenticati casi particolari in cui l’interesse del pubblico si è indirizzato verso opere di valore. Nel cinema si sommano aspetti qualitativi e quantitativi. Al contrario della  fotografia, in cui l’opera d’arte è sintetizzata in singole istantanee, il regista deve esprimersi attraverso i fotogrammi. Si tratta di un lavoro improbo. A ciò si aggiunge il fatto che dietro un film c’è un vero e proprio esercito di professionisti: ciò complica ancora di più il discorso, in quanto visioni estremamente personali si intersecano e si mescolano alle esigenze concrete e collettive della realizzazione.

Infine è lecito chiedersi quale sarà il futuro del cinema. La sua evoluzione si è sostanzialmente sovrapposta alla storia della sua  tecnologia. Innovazioni tecniche ed espedienti più o meno professionali hanno portato a progressi qualitativi enormi, soprattutto se si pensa a quali erano le caratteristiche delle prime pellicole. Alcuni ritengono che oggi il destino del cinema sia in pericolo. Un certo allarmismo è già stato sollevato altre volte (si pensi ad esempio alla nascita della televisione). Eppure, ad oggi, i cinema continuano ad essere un luogo privilegiato di incontro e, talvolta, anche di riflessione. Il fatto che i più grandi incassi siano spesso riconducibili a produzioni scadenti non è una novità: da un lato, ogni decennio ha avuto un genere di magiore successo; dall’altro, non sempre la qualità intrinseca del prodotto corrisponde al successo di pubblico. Le moderne tecnologie non hanno fino ad ora sostituito il cinema, ma lo hanno integrato. Gli sconvolgimenti di questi ultimi anni sono sotto gli occhi di tutti. Si pensi ad esempio all’avvento del digitale e della computer graphic che permettono esperienze impensabili fino a poco tempo fa. Gli effetti speciali e l’applicazione della tecnologia informatica danno vita a fenomeni straordinari. Eppure, anche nei casi estremi di film totalmente animati digitalmente, tutte queste innovazioni continuano a far parlare di cinema in quanto tale (talvolta si accenna a nuove forme di espressione artistiche, che però non hanno ancora trovato una propria autonomia). È proprio a causa di questa sua natura globale che difficilmente essa sarà scalzata e abbandonata.

Intere generazioni sono state inevitabilmente segnate dalle pellicole cinematografiche, così come accade ancora oggi e come accadrà in futuro. I film ci fanno ridere, piangere, spaventare, talvolta annoiare. Eppure, nella nostra intimità, ci sono scene, sequenze, battute che per un motivo o per l’altro leghiamo a ricordi o a esperienze vissute. Non esiste modo più efficace e diretto del cinema per vivere le vicende dei personaggi, talvolta riconoscerci in loro, in un certo senso senza mai abbandonarli.

La scala

Racconto breve / di Ester Bongiorno

Ester Bongiorno

Vi voglio raccontare di una scala, o meglio di un gradino di una scala. E non di quei soliti racconti che si leggono spesso.
O si, ve ne sono tanti, legati alla felicità o alla difficoltà della vita, no, non voglio parlare di quelle scale.
Io voglio raccontarvi di un gradino in particolare, uno fatto di legno, che faceva parte di quelle scale dove il passamano era così grande che ci potevi scivolare fino alla fine, i gradini erano accoglienti ad ogni passo scricchiolavano e tuttavia davano un forte senso di stabilità. Ecco è uno di quei gradini di cui vi voglio parlare.
Quella era una scala molto usata, molti e molti piedi erano passati su tutti quei meravigliosi, grandi e comodi scalini e veniva lucidata, sapete con quella cera per legno, quella che faceva un odore particolare, un po’ speziato, caldo…ogni gradino riprendeva la propria particolarità, ogni venatura parlava di ognuno di loro, tutti uguali ma diversi per unicità di sfumatura.
Un giorno quella scala non fu più usata, per tanto tanto tempo, le ragnatele e la polvere la rendevano ancora più affascinante, come una bellissima signora ancora in forma ma con il fascino dell’esperienza e della signorilità…
Ogni gradino aveva la sua storia, ma uno, uno in particolare era il più importante, lo era sempre stato e vi spiego perché.
La porta di casa si aprì, essa era posta proprio di fronte alla dormiente signora, ed insieme al sole entrò un lieve alito di vento, in controluce si alzò un pulviscolo sottile, sapete quelli che si vedono quando il sole entra in una stanza buia filtrando da un solo punto, esso da alle cose un’ aria misteriosa e bellissima, questo pulviscolo e come se si trasformasse in mille e mille pagliuzze scintillanti.
E così che nella sua maestosità la incontrò. La sua scala era ancora lì, lo sentiva, il cuore fece un balzo in petto, come una gazzella che salta per salire su una roccia. Si avvicinò sempre più, sembrava un incontro amoroso con un fantasma. Senza timore anzi con fare riverente si avvicinò sempre più. Accarezzò il passamano, e muovendo gli occhi in su e in giù controllò i gradini, perfetti erano tutti perfetti, lo sentiva.
Iniziò l’ascesa, si, come quasi volesse raggiungere una meta irraggiungibile, quasi le veniva di salirli gattoni questi gradini, come aveva fatto tante e tante volte, ci pensò un solo secondo e lo fece, si mise a quattro zampe e con immensa riverenza posò le mani e le ginocchia sul legno, accarezzava anche la polvere dimenticata li dal tempo, che giaceva immobile, a protezione di quella meraviglia.
Arrivata sul suo gradino si girò con grazia e si sedette. Sembrò quasi che il contatto del suo corpo facesse prendere vita ad un capolavoro dormiente. Era perfetto saldo come allora, eppure da li il mondo si percepiva in modo diverso, non era come quando era piccola, oggi tutto era cambiato, lei era cambiata, il suo modo di vedere e di sentire era molto diverso da allora.
Si accoccolò prese tra le sue braccia le gambe e vi posò la testa, in una posa così dolce che le pagliuzze che galleggiavano nell’aria sembrarono fermarsi per osservarla.
La visione dei primi gradini non era nitida, ma a poco a poco che il suo sguardo si posava su ognuno di loro il ricordo le tornava sempre più vivo, tanto che riusciva perfino a sentire le voci, i respiri di allora. Ecco, lo stesso tuffo al cuore, identico come una volta, sempre uguale, con la stessa cadenza, con lo stesso rintocco di un vecchio orologio che sottolinea l’immutabilità del tempo. Cuore di adolescente ora cuore di donna. Adesso tutto si muoveva come sott’acqua, come quando dei pezzi di stoffa danzano intrecciandosi e poi allontanandosi, un altro ricordo riaffirava, poco più che ragazzina aspettava il suo ragazzo che non arrivava mai, sempre seduta lì, sul suo gradino, … pian piano che i minuti correvano veloci la felicità si trasformava in delusione e poi in tristezza, e sempre su quel gradino le risate, le lacrime di gioia, quando, come una principessa scese con un passo tremante uno ad uno quei gradini scricchiolanti ma sicuri, appoggiata al braccio di suo padre pronto a lasciarla andare verso un amore diverso ma altrettanto importante.
Quante cose, quanti pensieri riapparivano, come quei fiori che stanno negli stagni, le ninfee, si, così si chiamano quei bellissimi fiori.
Tutti splendidi quei ricordi, la malinconia dell’infanzia che lasciava spazio a tumultuosi periodi adolescenziali, e che dire del suo diventare donna!
Ancora in su si mossero gli occhi, la luce era poca, fievole, inesistente, non arrivò a vedere la fine della scala, ma la ricordava, era un ricordo fantasioso, un po’ incomprensibile, gli ultimi gradini li aveva sempre immaginati come il divenire, ogni volta che da piccola saliva la scala, quando poggiava i piedi sugli ultimi gradini fantasticava di essere arrivata nel futuro, le piaceva molto quel gioco estroso, la portava dentro i sogni, quelli belli, quelli fatti di folletti e fate, di canditi e di risate.
Ora capiva che il futuro non era quello della sua fantasia dei suoi sogni, non era dolce ma amaro, amaro e terribile come il buio che la avvolgeva costantemente, eppure era sempre stata convinta del contrario, non erano ninfee quelle esperienze che sarebbero venute negli anni avvenire. Adesso il presente come un bambino dispettoso aveva dato uno spintone a quelle aspettative, colorate come l’arcobaleno, cancellando quei dolci sogni profumati di frutti di bosco e lavanda selvatica. Ah il suo presente, com’era buio il suo presente.
Sempre seduta li sul suo scalino di legno, era questo il suo presente. L’unica cosa che la confortava subito era il caldo tepore del legno che sentiva sotto il suo corpo da donna con ricordi da adolescente, questo le bastava, voleva rimanere così, all’infinito.
Quel tepore, il tepore del cuore, il tepore dell’infanzia, delle caramelle e delle corse nei prati. Non voleva alzarsi, non voleva andare. Si domandò cosa le rimanesse, nulla, solo il suo gradino solo i suoi ricordi.
Calde lacrime piene di malinconia le sgorgarono copiose, e, cadendo sul gradino lo pulirono dalla polvere, formando delle chiazze che sembravano grandi occhi, arrivava persino a sentire il rumore della lacrima che cadeva, sembrava il battito sordo del suo cuore, tump, tump. Ogni goccia si fissava sullo scalino, percepiva questo sguardo, il suo gradino riprendeva a vivere, il suo gradino la osservava con immensa tenerezza, ne era certa.
Lei aveva sempre pensato a quel gradino come una cosa viva. Il loro dialogo fatto di tutte le emozioni che il suo cuore poteva contenere riprese frenetico come allora.
Persa in quell’atmosfera surreale, un rumore, lieve, sottile quasi inavvertibile, .ma non per lei, i suoi sensi non stavano assopiti, erano stati risvegliati bruscamente da un incubo.
Alzò lo sguardo, una mano tesa era li, ne avvertiva la presenza l’odore, essa aspettava paziente che lei la afferrasse. Sollevò il viso, i suoi occhi sorrisero, qualche lacrima appesa ancora ai suoi bellissimi occhi cadde giù indispettita, obbligata a doversi tuffare nel vuoto. Mise delicatamente la sua mano nell’altra, l’appoggiò lieve, tutto si fermò, il tempo, il sole che entrava frenetico ma delicato, ed anche quelle pagliuzze che rendevano magico tutto.
Il cuore, solo il cuore batteva all’unisono con i suoi pensieri caldi e umidi, come piccole e grandi ninfee in uno stagno.
Lui la prese tra le sue braccia, posò un dolce bacio caldo su quegli occhi che non vedevano più da qualche anno, “andiamo”, le disse, “ritorneremo…”.

Lontana visione globale

Narrativa poetizzata \ di Leila Rossi

Leila ross

LONTANA VISIONE GLOBALE ( pensiero in TG )

Sigla. Ogni giorno inaugura l’inabissarsi dell’esistenza

già pianto ieri allo stesso modo ma con silenzioso distacco,

per chi inganna coperto dall’informare.

E io smuovo acqua e sabbia da far ribollire

per le tue parole. Ti dimentichi della dimensione lontana dai tuoi sensi pigri.

Ti dimentichi di valutare le soluzioni trasparenti,

le uniche che cambiano il tuo esistere.

Non le ricordi o sono sconosciute?

Mi insegni che per certe cose siamo davvero soli,

l’ hai incastrato nella retina senza farci caso ed è il tuo

più importante insegnamento.

Nella mia idea, sulla materia sotto le piante dei piedi,

sono sola ed è un bene. E’ la mia.

Solletichi dove già mi fa male, turbini e disordini.

Uno schiaffo alla pigrizia!

Ancora senza intenzione sollevi la mia mente:

soffrire, che altro dovrei aspettarmi dal pensare con altre menti.

Cambio quello che tu non puoi vedere,

e il dolore si sposta al pensiero che non lo so spiegare,

non te lo so insegnare. Non credo ascolteresti.

Vittima o artefice del pensiero comune?

Per te non posso capirti perché non modifico l’esteriore,

per colpa di una mia cosiddetta fortuna.

Non vedi i miei passi, non sai dove mi addentro.

Non conosci il mio immenso amore per la mia doppia lama.

Come sabbia gratta.

Anche se talvolta scivola via dalla mia consapevolezza

in attesa del terreno in scossa.

La pelle di cera è colata nelle tue orecchie.

Ho avuto tempo sufficiente per spiare le tue connessioni,

potresti grattare con le unghie la tua finta immagine-prigione

e ridarmi la speranza che la mia strada conosce una via parallela.

Sigla e titoli di coda.



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