Racconto breve / di Mario Melillo

(Menzione al concorso letterario della Luiss Guido Carli ediz. 2008 sul tema: “Flessibili alla meta”)
Una cosa che mi ha sempre sorpreso è il contatto con le saponette, oramai sensazione da alberghi. Avevo smesso di usarle quando, morta mia nonna, ne ereditai casa. La mia è una casa moderna, per una famiglia moderna, regno incontrastato del sapone liquido. Ma negli alberghi, il contatto con la glicerina in tavolette provocava ancora strane sensazioni. Non riuscivo a spiegarmi perché nello sfregarle tra le mani, lasciassero sempre un senso di vischiosità, una sorta di resistenza. Anche nell’insaponare tra loro le mani, nello sfregarle sotto l’acqua, la resistenza del sapone persiste testardamente. Inizialmente catalogai la cosa come fastidio, da quando la prima volta mi tornò alla mente l’odore di zuppa di mia nonna, e quell’odore pregnante del disinfettante a base di alcool che utilizzava per detergere il bagno. Una sgradevole reminiscenza. Col tempo invece, ho compreso che la saponetta possiede una dignità superiore. Il sapone liquido in fin dei conti è un riflesso d’orgoglio, perfetta efficienza nell’emettere il suo fluido informe. E’ tecnologico, artefatto, con il beccuccio superbo e l’involucro baldanzoso, ci tiene a sottolineare che anche vuoto perpetua la sua esistenza grazie al monumento in plastica che gli hanno creato. È dittatoriale, perché anche quando finisce è celebrato dagli obelischi in plastica che si lascia dietro. Provo lo stesso davanti al Palazzo della Civiltà del Lavoro all’Eur, la mattina mentre vado in ufficio. Un enorme tabernacolo, vuoto orgogliosamente imponente. La saponetta invece è ostinata, è faticosa resistenza quotidiana alla sua erosione, alla sua fine. Quando la si posa sul lavandino, quelle ferite da cui sgorgano schiuma e bolle iridescenti, dicono “ho guadagnato un altro giorno di vita!”. E’ così che ho concluso che la saponetta è umana. Non è tecnologica neanche a volerlo! Il sapone liquido te lo immagini in catena di montaggio, la saponetta invece no. La saponetta ricorda la fatica primordiale degli esseri umani, la capacità di realizzare qualcosa di vissuto e genuino. Tra sapone liquido e saponetta, passa la stessa differenza che c’è tra la catena di montaggio Ford e gli operai di Marx. Gente che mette dentro il proprio lavoro parte di sé, della propria realizzazione. Non avrei dovuto pensarci proprio la mattina della firma del contratto. Ma è stato più forte di me. Appena sono entrato nelle toilette dell’ufficio ho percepito qualcosa di insolito. Non ho realizzato di cosa si trattasse, finché non ho staccato lo sguardo dallo specchio e l’ho indirizzato al lavabo. Avevo appena posato una saponetta!
Mi paralizzai a fissarla finché non entrò Sergio.
“Giulio ma che stai a fa’?” È un quarto d’ora che tengo in caldo i giapponesi, e tu stai a fissarti allo specchio?”
“Chi ha messo qui questa saponetta?”
“L’inserviente, meno male che mi hai ricordato di toglierla”
Vidi Sergio sollevarla, toccando schifato il piattino che la sorreggeva, e gettarli entrambi nel cestino.
“L’ho costretta a ricaricare subito il blister del sapone liquido – mi disse orgoglioso – coi giapponesi bisogna stare attenti, sai quanto sono igienisti. Dai, sciacquati e andiamo”.
Lo fissai riflesso nello specchio, fiero e elegante, finché non sentii la frizione del sapone sparire definitivamente dalle mani.
“Stiamo facendo una pazzia”.
La sua voce esordì con leggero tremore “Dici che ci vogliono fregare?”
“Chi?”
“I giapponesi! Non parlavi del contratto?”
“Ma che contratto! – ribattei stizzito, rendendomi conto che non poteva capire – parlo del nostro lavoro, abbiamo sbagliato tutto”
Il riflesso di Sergio nello specchio parve tremolare per un istante “Che vuoi dire? Ma che ti è preso?! Sono giorni che sei strano. Parliamone dopo la firma, ok?”
“Tu non capisci! – ribattei – Che lavoro facciamo noi nella vita?”
“Offriamo personale alle aziende, i primi in Italia, e allora?!” replicò Sergio, sempre più seccato.
“Ma che personale e personale! Noi facciamo affari speculando sul futuro di chi si affida a noi. Offriamo contratti precari, a scadenza immediata ed incertezza futura”.
Vidi Sergio raddrizzarsi fiero sulla schiena e sospirare profondamente, con l’aria di chi ha capito tutto della vita e sta per rivelarne il senso agli sprovveduti. “Si chiama flessibilità del mercato del lavoro. Dipendenti flessibili che si adattano all’offerta di lavoro più vicina alle loro competenze”.
“Menzogne Sergio! E lo sai anche tu” sbottai, e senza accorgermene, alzai la voce.
“Anche noi abbiamo cominciato così! Abbiamo fatto esperienza a sufficienza e poi aperto una nostra società. Ora potrei anche raccoglierne i frutti se ti muovessi a firmare l’accordo coi giapponesi”.
“Che si sventrino con una katana i giapponesi! Si tratta della nostra vita e delle responsabilità verso le vite degli altri!”
Sergio mi spaventò: sbatté la mano sul lavabo in marmo, con una violenza tale, da farmi sobbalzare. “Queste fesserie non tirarle fuori adesso! Capisco che sei sotto pressione, stressato, ma stiamo per arrivare alla meta! Stiamo per firmare il primo accordo con una società internazionale! Siamo ad un passo dalla meta, non fermarti ora!”.
Rimasi bloccato, mi passarono davanti mia nonna, il suo funerale al quale non avevo partecipato, e le facce di centinaia di operai intenti a fare saponette. Non so se questi ultimi siano mai esistiti, ma di certo mi inquietarono.
“Sergio noi come ci siamo arrivati alla meta? Te lo ricordi? Se non fosse stato per il prestito di tuo padre e quello che ho chiesto io alla banca ipotecando casa, non avremmo mai aperto questa società!”
“E allora? il prestito l’hai restituito due anni dopo, neppure io mi sarei aspettato tanto, eppure ci siamo. Dov’è il problema?”.
“Siamo arrivati alla meta perché avevamo le risorse per farlo! Io ho ancora la casa perché ho tenuto alla corda centinaia di persone che oggi, alla mia età non possono avere una casa perché con i contratti che gli facciamo non danno i soldi neanche per comprare una saponetta!”.
“Una cosa? Tu stai male amico mio. Dopo la firma del contratto ti prendi due settimane di ferie!”
“Tu che sapone usi a casa Sergio?”
“Ma che dici Giulio?! Sono tutti quei libri di filosofia che leggi, lo sapevo che prima o poi ti avrebbero intortato il cervello!”.
“Rispondi!”
Sergio sospirò alzando occhi e braccia al cielo “Uso il sapone liquido, contento adesso?”.
“Vedi è come pensavo, tu usi e getti! Non pensi alle cose che durano e si estinguono gradualmente nel tempo!”
“Vieni di là Giulio o ti ci porto con la forza, e sai che ne sono capace!”.
“Le cose si consumano gradualmente con il tempo e, naturalmente, raggiungono il loro obiettivo. La “meta” come la chiami tu. Ma quelli il cui futuro dipende da noi come la raggiungono?”
“La raggiungono anche loro, non ti preoccupare – Sergio era stremato e il viso rosso tensione – solo in maniera flessibile tutto qua, arrivano anche loro alla meta, flessibili ma ci arrivano!”.
“No, no, tu sei proprio un uomo da sapone liquido, svuoti le persone, svuoti interi scatoli di persone! E poi butti l’involucro. Roba vecchia! Anche tu negli anni ti sei svuotato Sergio, sei diventato un orgoglioso flacone di te stesso!”
“E tu quand’è che hai scoperto di essere un sindacalista?! – gridò Sergio con tutto il fiato che aveva in gola – Cristo santo, ora tu vieni di la, firmi il contratto e ti prendi una tregua perché il troppo lavoro ha svuotato te, non me!”
E’ stato in quel momento che capii cosa era successo. Sergio aveva ragione. Mi voltai verso la vetrata alle mie spalle, come spronato da un brivido di freddo.
“Non ci avevo mai fatto caso, e tu?”
“A cosa Giulio, a cosa?!”
“Si vede il Palazzo della Civiltà del Lavoro, dal bagno del nostro ufficio!”
“Non l’avevo mai notato, contento? Evidentemente zio Benito ci sapeva fare con malta e calcestruzzo, te ne regalerò un modello in scala appena lo trovo ora vieni di la, te lo chiedo per favore”.
Ero ipnotizzato da quella vista.
Se Sergio non mi avesse trascinato fuori dalla toilette non credo sarei riuscito a staccarmene. Avevo avuto l’imput di ciò che detestavo sotto il naso per tanto tempo, e non l’avevo mai notato, assurdo persino per me. L’obelisco di una società informe ed iridescente, come la mia.
Firmai il contratto. Pranzammo con pesce crudo e sakè, e con Sergio che attraverso l’interprete esaltava l’accordo assieme ai commensali del sol levante.
Aspettai la fine del pranzo per dirglielo, non volevo fargli andare di traverso il sushi. Ma a ben pensarci la precauzione fu inutile, alle parole “Mi dispiace, lascio il lavoro”, Sergio non si scompose. Attese con silenzio di circostanza poi pronunciò una sola domanda “Quando?”.
Risposi “Tra un mese” e lui, “Va bene ma posso liquidarti solo metà delle quote, il resto alla fine dell’anno”. Acconsentii con un cenno del capo e finì così la mia avventura nel duro mercato del lavoro flessibile.
“Cosa farai Giulio? Venderai saponette?” chiosò Sergio, con tono da parodia.
Sono passati anni e in effetti vendo saponette. Alta qualità e lavorazione artigianale. Produco ed esporto, ironia della sorte, soprattutto in Giappone.
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