Racconto breve / di Sabrina Bartolozzi

La musica assordante rimbomba, le nere teste che la compongono si schiantano sugli spigoli e sugli stipiti delle porte. Sono seduta sul pavimento della sala e piango, come al solito. Scontata e banale creatura. Lo specchio riflette il rosso dei miei abiti, rosso come il sacrificio mestruale. Lungo la strada ho visto mille corpi eppure nessuno si adatta a me come la creatura beota e silenziosa che vive aldilà dello specchio.
Il riflesso non mente mai. Si può mentire a se stessi ma non alla propria immagine riflessa. Ella mi osserva ed appare brutta, turpe, non c’è nulla che possa fare, nessun cosmetico redimerà tanto orrore. La guerra è ormai iniziata e continueranno a cadere gli anni del vacuo splendore con o senza accettazione.
Din don.
il campanello, rimango immobile.
Nessuno cercherebbe un mostro, sarà il postino.
Silenzio.
Non può essere il postino lui suona sempre due o più volte, non demorde, è un postino testardo, sa che sono qui e non si rassegna all’idea che io non voglia aprirgli.
Ancora silenzio.
Il pensiero che possa essere una soluzione a domicilio mi fa balzare ritta sulle zampe posteriori.
La curiosità spinse la bestia sull’orlo della caverna destandola dal letargo. Un ombra furtiva si stacca dal muro e stramazza a terra, la mia.
Corro verso la porta per paura di perdere l’occasione. ansimando guardo dallo spioncino, non vedo nessuno, solo il leone dorato che sorveglia la porta dell’appartamento di fronte, tra i denti digrigna un pulsante. Lo stridore di denti fa din don.
Chi è?
Folletto…
Bene. Ora sono anche pazza. Un folletto?!
Se sei un folletto come hai fatto ad arrivare a suonare il campanello?
Ehm…
Stupida…i folletti sono permalosi, ora offesosi per il tuo avergli dato del nano sarà scomparso sciogliendosi in lacrime per la delusione.
Il rappresentante di aspirapolvere scende cauto lungo le scale e scompare dietro l’angolo, oltre l’ascensore.
Ancora silenzio.
I folletti che fanno di mestiere? Consegnano la posta?
Raccolgono funghi? No…nei funghi ci vivono. oppure quelli sono i puffi? Infondo tutto il mondo era bosco.
Una falla genetica mi ha voluta stolta e intrappolata nel bosco, condannata ad ascoltare il cri cri dei grilli festanti e il fruscio dei giunchi mormoranti. Mozzare la coda mi renderebbe la libertà, ma non voglio rinunciare alla coda, ella è me.
Nascondi forse dei tesori? Se sei venuto a portarmi un tesoro, puoi tornare da dove sei venuto, folletto dei miei stivali, le monete sono impersonali e la ricchezza è un abbaglio di luce dorata.
Porti la pioggia? La pioggia è la forma più comune di precipitazione atmosferica. Le gocce cadono separate e si schiantano a terra mescolandosi in unico fangoso affresco privo di logica. Io non mi schianto mai; come in un incubo, come nella dilatazione infinita della disperazione, non mi unisco mai alle mie sorelle. La gravità mi è ostile e nessuno comprende la gravità del mio forzato isolamento. Il ciclo dell’acqua si compie giorno dopo giorno, stagione dopo stagione ed io, goccia randagia, precipito come in un immortalato, perpetuo e angoscioso volo di icaro. Il ph della pioggia gravita attorno al 6, la nascita della spirale. Il vento sussurra furibondo nel mio condotto uditivo generando un bisbiglio sss…sss…sei sei sei… lui vuole lei… sono le bisce di satana. Come biasimarlo?
Non sono una goccia come le altre…io sono una lacrima.
Realizzi desideri?
Qual è il mio desiderio? La pace ? Il tibet libero? L’amore? La felicità?
Mi è stata concessa la disgraziata grazia di assaggiare la stucchevole dolcezza della pace, l’insipidità della libertà, l’amarezza dell’amore, l’acredine della felicità e mi sono ammalata di un incurabile tormento.
mi siedo scivolando lungo la porta
Voglio scomparire.
Non voglio esistere.
Buio.
