Racconto breve / di Ester Bongiorno

Era nato nel 1891 se non ricordo male, il 29 di febbraio, mi diceva, infatti, che lui compiva gli anni una volta ogni quattro anni. Era speciale in tutto il mio nonnino.
Nella mia infanzia il ricordo più bello che ho è Fefè. Lui il mio saggio nonno. Veramente era il mio bisnonno, il papà della mia viziatissima nonna materna.
Ecco credo che Fefè sia stato la mia infanzia, la mia adolescenza e la mia maturità.
Anche a lui devo la costruzione e la solidità del mio io. Mi ha insegnato le cose importanti dell’esistenza, ma per importanti intendo quell’allenamento che solo la vita con gli anni da. Fefè per un po’ mi ha sussurrato dei segreti che ancora mi porto dentro, anticipando e giocando con un destino capriccioso, il mio. I segreti d’oro della vita, quelli che se non te li dice nessuno rimarranno come foglie sospese che mai cadranno sul suolo della tua coscienza. Senza di essi mancherebbe quel pizzico di saggezza e di comprensione delle cose. Fefè mi ha offerto la possibilità di essere preparata davanti a ciò che sarebbe avvenuto nel corso del tempo.
La mia infanzia è stata caratterizzata da carenze. Pochi balocchi, scarsità di baci, di bon bon e caramelle, assenza di cinema di giostre e bambini con cui giocare.
La mia fanciullezza si è svolta tra indifferenze, distacchi, mancanze, vergogne e paure di morte. Alcune volte invece con attenzioni malate.
La mia infanzia si è vissuta da sola, lasciandomi indietro, ed io che arrancavo ogni giorno cercando di starle a ridosso. La cultura non mi è mai mancata. Ancora in fasce assistevo continuamente a lezioni di italiano, latino e greco. Era l’unico modo per non sentirmi piangere. Di grande cultura i miei nonni. Pensate che quando mio nonno doveva pubblicare un libro, dettava il contenuto in latino, mia nonna lo trascriveva direttamente in italiano. Sono veramente convinta che ci debba essere un ricordo profondo nel nostro inconscio, se no come saprei parole o frasi davvero ricercate? Ho studiato a malavoglia, ma quello che so, credetemi è davvero straordinario, rispetto a ciò che mi è stato esposto nella mia vita scolastica.
La mia infanzia ha marciato da sola, senza di me. Ogni tanto si girava e vedeva con che pesantezza vivevo, allora scappava lontano, correva veloce.
Adesso non la ricordo nemmeno più come era fatta. Fefè lo sapeva bene, ecco perché mi ha preso per mano e mi ha accompagnato fin dove ha potuto. Aveva il cielo negli occhi, lo stesso colore terso di un mattino primaverile, emanavano quasi l’odore di rugiada. Deve essere questo il motivo per cui ora sono innamorata dagli occhi chiari.
Non mi sono mai mancati racconti, lui, il mio Fefè, ogni giorno mi enunciava storie vere, brani di Pirandello, e Sciascia. Diverse volte mi ha recitato “A livella “, di De Curtis, la sapeva a memoria, così come una serie di poesie che mi recitava in base al giorno ed al momento.
Quando mi vedeva imbronciata e triste, mi guardava e mi diceva: “Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:
nuje simmo serie…appartenimmo à morte!” Qualche volta diceva o faceva cose per me un po’ strane, ed io puntigliosa non mancavo mai di farglielo notare, allora lui mi rispondeva “sono come Pirandello, nel cappello a sonagli oppure come uno nessuno e centomila“.
Un segreto voglio dirvelo, mi chiamava “ la mia donzella” ed ogni giorni mi recitava una poesia di Nino Martoglio, A la bedda di li beddi, che vi riporto, solo per farvi comprendere l’autostima che ha cercato di infondermi.
Ribadiva spesso che la recitava per farmi intendere che incarnavo la bellezza, tanto che il Signore non avrebbe rifatto un altro stampo simile.
A LA BEDDA DI LI BEDDI
Bedda, cu’ fici a tia pinceva finu,
puteva fari scola a Tizianu,
ci travagghiò macari di bulinu
ccu la pacenzia di lu franciscanu.
Bedda, cu’ fici a tia fu ‘n Serafinu,
ch’aveva la fattura ‘ntra li manu,
ti fici li labbruzza di rubinu
e li capiddi d’ebanu africanu.
Lu pettu ti lu fici palumminu,
li denti janchi e l’occhiu juculanu,
lu nasu privinutu e malantrinu,
nicu lu pedi e séngula la manu…
E doppu ca ti fici, ‘st’assassinu,
spizzò la furma e la jttò luntanu!
Traduzione
ALLA PIU’BELLA DELLE BELLE
Bella,chi fece te dipingeva finemente,
poteva fare scuola al Tiziano
ci lavorò anche di bulino
con la pazienza di un Francescano.
Bella,chi fece te fu un Serafino
Che con mano virtuosa
plasmò le tue labbra di rubino
E tinse i tuoi capelli d’ebano africano
Scolpì il tuo petto di colomba
I denti bianchi ,l’occhio giocoso,
il naso piccolo e malandrino,
piccolo il piede ed affusolata la mano
E dopo che ti fece,quest’assassino,
spezzò il calco e lo gettò lontano
Le cose che potrei raccontarvi di lui sono infinite, e me le porto dentro come un tesoro raro, come una compagnia.
Anche il mio Fefè però non era perfetto, perfino questo mi ha insegnato, in modo molto duro e brutto.
Nessuno è perfetto, nemmeno le persone che ami di più al mondo.
Un giorno si è tagliato le vene.
No, non morì quel giorno, e purtroppo ha vissuto gli anni che gli restavano con il rimorso di non esserci riuscito, senza il coraggio di riprovarci, e con la vergogna per il gesto che aveva compiuto.
Mi diceva sempre una frase, che molti hanno sentito spesso. La frase è questa: “ Si impara fino alla bara”. Lui la commentava così: “Questa frase per sostenere, che se sarai disposta ad ascoltare, ad apprendere, non sarai mai una persona presuntuosa, L’umiltà sarà un tuo pregio.
Amplierai sempre più le tue conoscenze e se ci rifletti l’orgoglio non farà parte di te”. “Ricorda, l’ultima cosa che ti insegnerà la vita, apparirà l’esperienza più forte,… stare dentro una bara!
Se ti mostrerai disposta ad accettare tutti gli insegnamenti che il mondo ti porgerà,
anche attraverso le persone più umili, allora accetterai meglio quello che la morte all’ultimo ti concederà, la pace e la serenità quando lascerai questa realtà”. L’ultima lezione, la più grande, me l’ha data quando, il giorno prima di morire, mi prese la mano e sorridendomi mi disse: “ Non ti spaventare, sono sereno, ma anche stanco, oggi faccio novant’anni, i miei occhi hanno visto tutto, ere susseguirsi in modo frenetico, la tecnologia scalzare la natura.
Adesso sono preparato. La valigia è pronta, il cappello e l’ombrello sono li posati all’ingresso, sto aspettando che mi chiamano e parto”.
Quel giorno ho compreso fino in fondo che tutto ciò che mi aveva detto era la verità.
Mi ha lasciato con queste parole, e con l’eredità più grande che un essere umano possa donare a chi vuol bene, se stesso. Ancora oggi, il suo pensiero mi accompagna.
I proverbi e gli aneddoti mi aiutano a sorridere ad una vita che si fa sempre più pesante.
Ed i suoi splendidi occhi illuminano le mie giornate uggiose.
Il suo sorriso mi porta in braccio quando sono stanca, mi posa nel letto ed io continuo il sonno serena.
Fefè non è mai morto, è sempre rimasto con me, vicino, molto vicino, dentro di me.
