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La scatola dal profumo di quercia

Un romanzo (molto) breve / di Alberto Landi

 

Alberto Landi

Non c’erano stelle quella notte, lassù nel cielo. Né luna. Gli unici barlumi di luce, pochi lampioni dalle lampade giallastre, pulsavano nevrotici nel silenzio, rendendo il vuoto ancora più freddo. Solo buio e ombra a percorrere nel vento le strade. Il resto era nero. Nero e cupo, come aria prima di una tempesta.

Non c’erano persone, là fuori. Né cani. E minacciosi ululati correvano impazziti negli anfratti di quel decadente paesino.  

Quella notte, la ragazza riposava rannicchiata e protetta nella sua casa. Tra le dita minute stringeva una scatola, una piccola scatola di legno macilento. Non amava particolarmente quell’oggetto, anzi, ne provava un misto di odio e repulsione, ma era l’unica cosa, insieme all’antro del caminetto acceso, che in quel momento di solitudine le trasmettesse il calore di cui aveva bisogno. La aveva acquistata qualche giorno prima, quando lui era ancora lì con lei. Se ne era andato tra nebbia e brina con il suo solito “a presto amore”, lasciandola di nuovo sola, a baciare l’immagine del profumo della sua pelle, persa nel verde dei suoi occhi. Non le era rimasto altro di lui, sennonché quella scatola, e la promessa del ritorno.

Adesso restava, e sedeva abbandonata sulla sua poltrona al caldo crepitio del fuoco. Le palpebre socchiuse, lo sguardo fisso alle fiamme divampanti di fronte a sé. Era molto stanca, forse dalle mille cose che aveva fatto quel giorno, forse semplicemente dall’oscurità del cielo. Eppure, non sentiva alcun bisogno di dormire. In quel momento desiderava solo rilassarsi, e lasciarsi cadere nelle braccia dei suoi liberi pensieri, sparsi come sabbia su un tavolo. Voleva ricordare, voleva riportare alla mente, ancora una volta, la figura del suo ragazzo, di quel giovane uomo che tanto amava. Ne sentiva la mancanza. Era lui che la abbracciava nelle notti d’inverno, e la riempiva di dolce serenità, così come il fuoco quando pervade il corpo con il calore del suo sfuggente scarlatto. Osservando immobile le fiamme davanti a sé, rivide in esse brani di memoria. Rivide il volto di lui, i capelli neri, le labbra morbide, il collo, il corpo agile e vibrante, e quella sua camminata tanto buffa. Sentì la sua voce, sottile e acuta, e non poté fare a meno di confrontarla a quella di suo padre, all’opposto scura e profonda. Già, suo padre. Di lui rammentava soprattutto lo sguardo, fiero e sicuro, eppure perdutamente triste, crepuscolare, perennemente alla ricerca della donna che aveva sempre amato sulla linea infinita dell’orizzonte.

Nel fuoco, era tornata bambina, e la malinconia si era presa il suo cuore. Ma questa volta non voleva rifiutare e fuggire il proprio abbattimento, il proprio dolore. Desiderava continuare a ricordare e a ricucire lentamente i fili del tempo nella tela della sua mente. Sentiva di averne bisogno, sì, di quel contatto con il passato, adesso, perché troppo tempo era trascorso, troppo tempo si era depositato.

Si strinse allora le ginocchia al petto, tenendo la scatola in grembo, e lasciando appoggiati i piedi al margine del camino, e chiuse gli occhi. Adorava quei momenti di silenzio al termine del giorno, di quiete assoluta, quando l’anima si adagia leggera sul corpo, e respira, finalmente libera.  

Buio.

Riaprì gli occhi di scatto. Niente era comparso sul nero sfondo della sua mente. Niente aveva percepito dentro di sé. Solo buio. Era stato come se tutta la sua persona si fosse spenta per un brevissimo istante, e il mondo intorno fosse andato avanti. ‘Stanchezza’ fu l’unico pensiero a raggiungere la sua coscienza; ‘sono troppo stanca, non riesco neppure a pensare senza dormire…’ pensò. Eppure, sapeva di non aver dormito.

Decise di non rimuginarci oltre. Se ci si addentra in simili riflessioni a certe ore di notte, finisce che non se ne esce più. Allungò quindi il braccio, raccolse un pesante legno, e lo gettò senza molta cura nel camino, che rispose seccato con una vampata di scintille.

Con il preciso intento di dormire, si abbandonò nuovamente alla sua poltrona, e lasciandosi cullare dalla morbidezza dei cuscini, socchiuse lentamente le palpebre.

Buio.

Silenzio.

Freddo!

Si alzò di soprassalto, trasalendo violentemente. Ancora quella sensazione. Più intensa questa volta. Cosa poteva essere? Si guardò intorno, gli occhi spalancati, le pupille dilatate nel bianco spavento. Si aspettava fossero passate delle ore, e che il fuoco fosse ormai spento. Si aspettava di vedere le finestre di quella stanza spalancate, la loro resistenza vinta dalla pressione della bufera invernale. Sì, non poteva essere diversamente.

Ma non fu così. I vetri erano intatti e ben fissati, il ciocco che aveva gettato appena poco prima era ancora intonso dalle fiamme, e le scintille non avevano cessato di divampare. Era stato dunque un attimo. Un attimo troppo breve per poter aver riposato o essere stata vittima di un incubo, o perso conoscenza. Un attimo terribile, pervaso da un silenzio cupo, irreale. Non la solita quiete notturna, non un improvviso calare delle intemperie. Un silenzio pesante, violento, in cui aveva avuto…FREDDO. Immediato e istantaneo, improvviso e pungente come una folata di vento gelido sulla pelle. Eppure, non era tutto.  

Ricordava di non aver potuto respirare, come se qualcosa la stesse schiacciando, risucchiando dall’interno. No, non era stata una semplice suggestione, o allucinazione frutto del poco riposo. Questa volta ne era sicura. Era sembrato che la sua coscienza, la sua mente stessero precipitando in un vuoto oscuro, nero come notte, silenzioso e freddo come morte.

Ancora ansimante,  madida di sudore, la ragazza era adesso terrorizzata, e si sentiva terribilmente debole.  

Ricadde pesantemente sulle ginocchia, e solo l’urto con il ruvido pavimento le rese chiaro di essere schizzata in piedi poco prima, con occhi e bocca spalancati alla disperata ricerca di un respiro, o di qualsiasi altra cosa la potesse riportare al luogo da cui era stata strappata via, seppur per un brevissimo interminabile istante.

Sentì il suo cuore battere furiosamente, e, seduta sui talloni, appoggiando i palmi delle mani al suolo, abbandonò il capo verso il basso, cercando una qualche improbabile forma di rilassamento. Lo sguardo fisso davanti a sé, senza vedere nulla, i pensieri rincorrendosi ormai vorticosi sull’accaduto: che cosa le era successo? Perché? Da dove proveniva tale sconvolgimento? Continuava a porre domande a sé stessa, ricercando una qualche verità, ma l’unica risposta che ne ebbe fu il costante sibilo del vento al di là delle finestre, tra le case e lungo le strade.

Ora i battiti stavano tornando a pulsare regolari, e con un ultimo ampio respiro, reclinò il capo all’indietro, arcuando la nuca. Sì. Era tutto finito, ma il ricordo inquietante di quel buio, di quel freddo, erano rimasti, e almeno per quella notte non se ne sarebbero andati.

Si sollevò in posizione eretta, resistendo ad un lieve giramento di testa. Le era venuta una terribile sete, al contrario del sonno, che le era sparito del tutto. Mosse dunque un passo verso la cucina, e nel farlo, le sue dita urtarono contro qualcosa. Era la scatola. Quella orrenda scatola di legno. Doveva essere caduta nello scatto improvviso di pochi minuti – secondi? – prima.

Notò che era aperta, leggermente divaricata sui propri cardini di ottone. Non si era spalancata nella caduta, ma solamente socchiusa, come una porta attraversata da un velo di vento. Quel particolare colpì la sua attenzione: quello stesso giorno, in preda ad una mordente curiosità, aveva provato in ogni modo, invano, a forzare quella sottile, tenace fessura lignea.

Ma adesso era lì, invitante, aperta, ed il suo misterioso contenuto la attendeva.

Lentamente la ragazza si inginocchiò, e protese le sue esili braccia verso quel piccolo scrigno. Il barlume del fuoco le accarezzava il viso, e le scivolava dalla guancia sul collo,  cadendo poi sul fianco, lungo la gamba, esaltando il candore di quella pelle. Gli occhi, invece, rimanevano nell’ombra, oscuri alla luce, rapiti, freneticamente fermi sull’oggetto di fronte. In quel momento, se qualcuno avesse potuto osservarla, avrebbe visto nel suo sguardo una nervosa incertezza, e quel timore che solo la giovane età può donare ed ingenuamente far risplendere.

La ragazza infatti, provava un misto di quelle due emozioni. Non sapeva che cosa vi avrebbe trovato, là dentro, né se ciò che vi era racchiuso avrebbe potuto catturare – catturarla!-  la sua attenzione, o in qualche modo interessarla. Ma la scatola la stava chiamando, e ad ogni secondo la stava inestricabilmente vincolando a sé. Adesso doveva aprirla.

Le mani tese si protrassero ancora in avanti, finché le dita avvolsero il legno, e lentamente lo carpirono. Rimasero per un momento immobili, poi, ne tastarono la consistenza, ne avvertirono i minuscoli nodi, gli invisibili anfratti, le scanalature, il tempo. Portandosi la scatola al volto, la giovane donna la annusò, e non poté evitare di assaporare il profumo degli anni: un aroma dolce, elegante, leggero. Fusti di quercia, foglie di frassino, muschi e boschi dopo violente quanto brevi piogge d’estate. E quell’odore così particolare…così pungente…come…come di una soffitta che da lungo tempo non viene esplorata, e rimane da sola, a contemplare il vuoto e a conservare memorie. Come… come quei sigari…e quella camera. Quella camera dalle pareti rosa.

Il ricordo invase nuovamente la mente della ragazza. La stanza. Le pareti rosa. Come aveva fatto a dimenticare? Solo Dio sapeva quante volte vi era entrata, la maggior parte delle quali correndo come una pazza, con il sorriso in volto e la risata nel cuore. E tutte le volte la voce, quella voce, profonda, dolce, la ammoniva: “Ma quante volte ti devo dire di non correre a questa maniera?”.

Risolini.

“Finirai per scivolare e farti male. Ti conosco troppo bene. E dopo piagnucoli! E non ti sopporta più ne…”. L’ultima parola strozzata da un peso che si era gettato, a piena velocità, sul petto dell’uomo. E da un altro peso.

“Sei una scemina, ecco cosa sei!” continuava, questa volta sorridendo, quella voce.

La bambina in tutta risposta faceva la linguaccia, ed esclamava: “NON chiamarmi così!”

“Io ti chiamo così quanto mi pare e piace! Scemina! Scemina scemina scemina scemina!”

“Papàààààà!!!!”

“Eh eh… eddai, ora lasciami finire qui. Poi vengo e ci prepariamo qualcosa, ti va?”

“Va bene….basta che non mi chiami più scemina!”

“Solo quando te lo meriti!”.

La bambina scendeva infine dalle ginocchia dell’uomo, e, ancora sorridendo, si congedava da quelle pareti rosa.

Adesso la ragazza ricordava tutto. La scrivania in quella stanza, così scura, così morbida e liscia allo stesso tempo, esattamente come il legno della scatola che in questo momento stringeva tra le mani. E poi i sigari, che suo padre lasciava nel secondo cassetto, nell’angolo in fondo, sulla destra, chiusi nella loro confezione di cartone. Non ne aveva mai visto uno al di fuori della sua custodia, eppure l’odore che emanavano quando li avvicinava di nascosto al naso, pervadeva tutto lo spazio intorno. Suo padre li fumava spesso, ma mai alla vista della piccola. Lei lo sapeva, e quando da lontano ne avvertiva l’odore, si avvicinava silenziosamente alla porta, e dalla fessura lo osservava. Ammaliata dalla sua imponenza, lo contemplava respirare e soffiare grigie, dense nuvole. Lo sentiva tossire, e ricordava la sua apprensione quando negli ultimi tempi quella tosse si era fatta cavernosa, ruvida, simile ad un rantolo.

Rammentava il letto, lungo e soffice, così accogliente e caldo nelle fredde notti d’inverno, unico giaciglio in grado di strappare un bambino alle sue paure, e di abbracciarlo in un dolce sonno.

E poi i quadri alle pareti, dipinti ormai antichi e ingrigiti dal tempo, raffiguranti scene rurali di pastori, greggi, campi e venti.

E le mattonelle, e il colore del soffitto, e le finestre tinte di bianco.

Infine vedeva, ancora una volta, inevitabilmente, suo padre, seduto curvo sulle carte, immobile, tenebroso, oscuro nel suo mistero. Ricordava di aver trascorso spesso delle ore ad osservarlo, annotando i particolari della sua figura, tentando di scavare dentro la sua persona, cercando una risposta. Perché quello sguardo, allegro quando si rivolgeva a lei, ma così lontano appena volgeva gli occhi dalla sua bambina? E quel sorriso, mai del tutto sincero, timida, inespugnabile maschera per nascondere… preoccupazione?  Malinconia?

Eppure…

Sì. Adesso, anni dopo, se ne rendeva pienamente conto: era dolore, quello sul volto dell’uomo.

Dolore per una perdita, per una mancanza.

 

Una goccia cadde silenziosa dagli occhi della ragazza. La paura aveva lasciato il posto al tormento. Il ricordo, all’inquietudine.

No, suo padre non poteva aver provato tanta sofferenza. Se un uomo forte e vigoroso come lui  non era riuscito a celare, a tacere il sangue sgorgato dal suo cuore neppure agli occhi di una bambina, evidentemente la ferita era straziante.

Ma cosa poteva esservi di tanto orribile? Di così lacerante?

Che fosse….che fosse colpa sua, della bambina? Che fosse il fatto di essersi accorto di aver trasmesso il proprio dolore alla figlia, ad averlo posto di fronte alle sue paure? Che fosse stato proprio questo ad ucciderlo, ad abbandonarlo a quella tremenda malattia, il riconoscimento di aver fallito nella battaglia più importante, ossia lasciar vivere la piccola serenamente, lontana dalla propria vita e dalla propria anima distrutta, dal proprio dolore?

La ragazza stava tremando. Gli occhi nuovamente spalancati, fissi nel nulla. E ancora quel freddo che come morte, come nebbia nell’oscurità, si era impadronito di lei.

Si strinse a sé, avvolgendosi nelle proprie braccia, alla disperata ricerca di un qualche calore. Ma il calore non c’era. Era sola, e il fuoco, fino ad allora così costante e fedele, adesso non poteva più raggiungerla. Il gelo proveniva adesso dal suo cuore, dal sangue di una nuova ferita: perché la colpa era sua.

Per tutto questo tempo, lei aveva evitato sistematicamente il ricordo dell’uomo, dei suoi sigari nel cassetto, della stanza dalle pareti rosa. Non voleva… non doveva ricordare! Perché nell’inconscio, lo sapeva! Lo aveva sempre saputo! Era stata lei ad aver posto suo padre di fronte alla verità di non essere riuscito a salvare la bambina, a non trasmetterle le proprie ferite. Sì, adesso capiva. Capiva il motivo per cui ogni volta che tentava di ricucire il passato, provava il desiderio di rifuggirlo. Perché se mai, un giorno, avesse affrontato i propri fantasmi, se mai avesse aperto la porta della soffitta, vi avrebbe trovato il mostro. La propria colpa. Ed il dolore contro cui suo padre aveva sempre combattuto, portandolo alla sconfitta, alla rovina, alla morte.

Gridò. Il volto contratto in una smorfia. Le lacrime dirompenti.

Lo aveva visto, il mostro, e invece di fuggire, di correre via lontano nella sua vita e nel suo tempo, dimenticando, le era andata incontro, lo aveva guardato in faccia. Ed aveva riconosciuto il proprio volto.

‘Papà…ho fallito ’ , fu il suo ultimo pensiero prima di cadere distesa sul pavimento.

 

 

Nulla. Silenzio.

Stranamente, si sentiva leggera, ora. Vuota, come vuoto è il cuore senza un’anima. Debole, fragile. Come se tutto il sangue le fosse fluito via dalla ferita, e si fosse dipanato nei suoi ricordi, in quei ricordi che tanto aveva respinto, e che, impietosi come dardi avvelenati, adesso erano tornati a colpirla.

Supina, di niente le importava, niente voleva, niente ricercava più. Si volse su un fianco, in posizione fetale. Desiderava solo che il tempo le scorresse, le crollasse addosso. Se il mondo fosse terminato in quell’ istante, di sicuro non avrebbe avuto nulla da obiettare. Avrebbe accolto la fine benignamente, quasi con serenità, conscia che almeno la sua sofferenza sarebbe definitivamente cessata.

Chiuse gli occhi. Riaprendoli, si guardò le mani, che nel frattempo aveva portato alle labbra, in un naturale istinto di protezione. E notò, con una certa sorpresa, che stringeva un involucro. Dall’odore, lo riconobbe subito. Quercia, boschi, tempo.  Dopo tanti pensieri, tanti sconvolgimenti, quel legno così simile alla scrivania dell’uomo del passato era rimasto legato alle sue dita, senza che lei se ne accorgesse.

La scatola. La ragazza quella sera, ne era stata ammaliata, conquistata, e non appena aveva cercato di svelarne il mistero, era stata scagliata lontano, nei più oscuri recessi della mente, a svelare il proprio mistero. Aveva affrontato il passato, ed era stata sconfitta. Adesso era pronta. Il timore, l’angoscia, cessati. Il niente albergava nel suo cuore.

Afferrò il coperchio, e con un movimento fluido, distaccato, debole, lo sollevò.

E finalmente, guardò.

Ciò che vide, le provocò un forte, quanto improvviso tumulto. Il suo cuore mancò un battito, e il vuoto si riempì.

Nella scatola, era contenuto un sigaro. Uno. Uno solo. Se ne stava lì, immobile, inclinato lungo la diagonale, netto e deciso nel suo marrone scuro. La sua vista colpì forte il petto della giovane, che in quel momento non ebbe il coraggio per afferrarlo. Non era un sigaro come tanti altri. Il colore, la lunghezza, la consistenza, e quelle pieghe così speciali della superficie, lo rendevano unico. Unico come gli altri, nell’angolo destro del secondo cassetto. Lo avvicinò alle narici, per sentirne l’odore. Annusò, e rivide suo padre. Ma questa volta, il ricordo era diverso. Non rammentava, infatti, quella scena della sua infanzia, e tutto le apparve come la prima volta, agli occhi di una bambina.

 

 

 

Sta l’uomo, in piedi, eretto nella sua imponenza. Una mano in tasca. L’altra all’altezza del mento, regge tra l’indice ed il medio un sigaro, quel sigaro. E’ voltato verso una finestra aperta sull’esterno, ed osserva l’orizzonte, alla ricerca del solito perduto che non tornerà. Dietro, una piccola gracile figura lo contempla, soffermando l’attenzione su invisibili particolari, assaporando l’odore della sua pelle portato dal vento.

D’un tratto, lui si volta. Si accorge di quella minuta presenza alle spalle, e la guarda.

Non vi è autorità, né potere. Solo la debolezza di una malattia, e il candore di un’anima abbandonata, senza veli. L’uomo non osserva più l’infinito al di là del sole, eppure, la triste luce dei suoi occhi, non è mutata. Adesso, l’orizzonte, piccolo e gracile, lo ha di fronte a sé, si chiama Isabel, e gli sta ricambiando lo sguardo.

Silenzio, vento.

Ancora silenzio.

E per lunghi, interminabili istanti, negli occhi umidi, dolci, vi sono parole.

Parole di affetto, parole di una vita.

Parole di un uomo, alla donna da lui sempre amata, al tesoro perduto, che non rivedrà.

Addio, amore mio.

 

Quando la ragazza riaprì gli occhi, stava piangendo, ma non di dolore. Il sussurro “papà…” smorzato in gola.

Aveva dormito, strappata via alle sue paure. Era stata abbracciata, lo sentiva adesso, e aveva singhiozzato nel sonno. Ma non era triste. Non vi era buio, non vi era freddo.

Si alzò in piedi, e sentì il vigore della gioventù percorrerle i muscoli.

Un raggio di sole le illuminò il viso, e l’alba le pervase il cuore. Era felice. Non vi erano colpe, ma solo l’amore di un uomo dentro di sé.

Si avvicinò alla finestra, e quando la spalancò, l’odore della brina le carezzò soffice i capelli.

Con gli occhi ancora umidi, ed un grido nel cuore, gettò lo sguardo nell’infinito.

E nel vento, lontano all’orizzonte, vide suo padre.



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