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The new thing

Microsaggio / Enrica De Carlo

Verso le undici di sera suona il campanello, guardo giù in strada e all’inizio non lo riconosco, gli chiedo: – Ehi, fratello, chi sei? – E lui: – Buonasera, Rowdy-Dow. Sono John.

E io: – John chi?

E lui: – John Coltrane, – e io quasi cado oltre il davanzale.

 Trane nasce nel 1926; lo stesso anno di Topolino, se si vuol fare attenzione a come il mondo possa accostare nello stesso spazio di tempo le più diverse entità. Ma insieme con Trane nasce anche il nuovo jazz. Nasce la musica della protesta razziale, unita allo stesso tempo al sentimento di unificazione del popolo afro-americano, alla ricerca delle sue comuni sorgenti spirituali, alla presentazione al mondo intero del suo nuovo senso di identità, civile, politica, e più generalmente umana, di battaglia e di rasserenazione. John Coltrane viene presentato con quel certo piglio da rockstar nel libro di Wu Ming 1. Attitudine che non poteva esistere, consapevolmente, in quel periodo storico, fra i neri d’America. Ma che pesa, che si avverte, con la quale chi si avvicina alla sua musica è necessariamente costretto ad avere un confronto. Gli anni ’60 sono gli anni di Malcolm X e Martin Luther King . Rispettivamente, della battaglia aperta e violenta e della pacifica richiesta di integrazione razziale. “Don’t call me nigger, whitey”. Sono gli anni di Kennedy, della crisi missilistica di Cuba, del Vietnam; nel 1961 inizia la costruzione del Muro di Berlino. Sono soprattutto gli anni del “Potere Nero”. La musica di John Coltrane si insinua in tutto questo come una preghiera, ma con la stessa forza di una tempesta: veniva chiamato “Trane”, per la sua irruenza. Sempre inquieto, come chi non è mai pienamente soddisfatto di se stesso, come chi sa che può fare di meglio, abusava di eroina, di acidi, droghe che avrebbero compromesso inesorabilmente la sua salute.

 Non trovo la vena. Porta socchiusa e mi schiaffeggio il braccio. Mi vedessi da fuori penserei: “Guardalo, l’idiota”. Ma non mi vedo da fuori. Sono fuori di me, ma sono cieco. Che anno è, dove sto suonando. Ottobre del ’50 in un albergo di L.A.

 Nel 1955 avviene l’incontro con Miles Davis. Trane inizia a suonare con lui come un perfetto esecutore di melodie, solo dopo si rende conto che dentro di lui c’è già il germe di una nuova poetica del jazz. Studia la musica africana ed insieme con Jimmy Garrison, McCoy Tyner ed Elvin Jones, spezzando ritmi e introducendo scale mai sperimentate prima, produce My Favourite Things, A Love Supreme e, con l’aggiunta di Pharoa Sanders, Meditations, alcune delle sue opere più importanti.

Wu Ming 1 dà voce a John Coltrane, lo lascia parlare come un uomo che sta morendo, che riflette sul bene ed il male nel momento stesso in cui si presenta la consapevolezza della fine vicina. Lo avrebbe ucciso il cancro al fegato, cancro che lui si rifiutò assolutamente e caparbiamente di curare. Ma Wu Ming 1 lascia parlare anche il tempo, gli uomini e le donne di Harlem, la paura e allo stesso tempo l’aggressività a lungo tenuta sopita contro l’uomo bianco. Il jazz è innanzitutto un movimento di rottura contro l’ordine costituito, è una rivoluzione, ma più di tutto è una musica popolare, è la condivisione di un linguaggio. I musicisti afro-americani degli anni ’60 suonavano jazz perché erano musicisti afro-americani degli anni ’60,  e se non avessero avuto gli stessi aneliti e la stessa volontà di combattere per i propri diritti dei loro leader militanti, di Martin Luther King e di tutte le persone che ogni giorno si sentivano vittime dei crimini commessi soprattutto dalle amministrazioni bianche, il jazz non lo avrebbero mai nemmeno inventato. Il free jazz, quindi, è una rivoluzione nella rivoluzione. Il jazz dà un taglio netto al passato, il free jazz recupera il sentimento perduto dell’unione del popolo nero, delle comuni origini africane, del misticismo inestricabilmente connesso con le sonorità. Questa è forse la fase più importante della vita di John Coltrane. La spiritualità che la caratterizza rimanda l’immagine forte delle dita di Trane che percorrono la lunghezza del sax prese da una sorta di insofferenza, come fosse posseduto da un demone che lo costringe a suonare, sempre, in ogni dove, anche in condizioni fisiche allarmanti .

 L’unica rabbia che posso provare è verso di me, quando non riesco a suonare quello che voglio.

 Muore nel 1967, un anno prima che la deflagrazione del Sessantotto investa l’America e l’intera Europa. L’eredità che lascia John Coltrane è difficile da comprendere. Nel momento in cui il jazz era una musica popolare, il suo free jazz era già per pochi eletti, moltissimi tra gli stessi musicisti non erano in grado di comprenderlo. E ora che il jazz di per se è divenuto una musica colta, una musica da assaggiare, una musica che non inneggia più alla protesta condotta strada per strada, una musica che si ascolta in club che hanno smesso di essere fumosi e in penombra, il free jazz, la “cosa nuova”, diviene un movimento da ascoltare dall’esterno, per soddisfare il puro senso estetico, rischia di perdere la sua etica di innovazione per una realtà futura e contro la realtà presente. La ricerca che musicisti come Trane hanno compiuto partendo dalla propria stessa vita, dalla propria concreta esperienza, dalle lotte personali, finisce per lasciare il posto soltanto al giudizio diffusamente sentito che il jazz sia una musica “bella”.

 Il jazz, se si vuole chiamarlo così, è un’espressione musicale, e questa musica è per me espressione degli ideali più alti. C’è dunque bisogno di fratellanza, e credo che con la fratellanza non ci sarebbe povertà. E con la fratellanza non ci sarebbe nemmeno la guerra.

 Il libro di Wu Ming 1 ha come scopo preciso proprio quello di recuperare la dimensione drammatica degli ultimi anni ’60. Il continuo passare del tempo impone a volte di dimenticare il passato e il fatto che perfino la musica è il prodotto di lotte crudeli. Il movimento di liberazione del popolo afro-americano ha portato, per ritorsione, all’assassinio di molti di quei musicisti che hanno contribuito a fare la storia del jazz. Come a dire, che chi si espone in prima linea, in qualsiasi tempo, in qualsiasi luogo, anche solo attraverso le note, può non avere salva la vita. A questo proposito, sono illuminanti, e allo stesso tempo agghiaccianti, le parole del Presidente Lyndon B. Johnson:

 Mi piace la gente che ama il suo Paese, crede in esso e spera di vivere fino all’anno 2000, quando il reddito medio per famiglia sarà di quindicimila dollari l’anno, quando attraverseremo gli oceani volando sull’acqua e sott’acqua con i nostri carichi, quando un nuovo mondo ci si aprirà davanti nel campo delle imprese spaziali. Oh, è una prospettiva così bella e piena di speranza che ho messo i medici a cercare di controllare le malattie del cuore e il cancro e tutte quelle cose che uccidono gli uomini in giovane età. Voglio essere presente nell’anno 2000 per godermela, e so che se ci sarò me la godrò davvero.

 

FONTI:

-          Wu Ming 1, New Thing, Einaudi Stile Libero, 2004

-          John Coltrane, note di copertina per l’album A Love Supreme

-          Frank Kofsky, Black Nationalism And The Revolution In Music, Pathfinder Press, 1970



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