Archivio per settembre 2009

Prende forma il web network di Letteralia

News & Eventi /

Cari amici,

Letteralia intende per vocazione promuovere e promuoversi nell’ambito culturale attraverso un vasto network che possa accomunare tanto le reti Blogfacebookvirtuali quanto quelle reali legate alla promozione di Eventi. Ecco perchè in una sorta di interscambio, di osmosi, tra network; Letteralia ha deciso di dar vita ad un proprio spazio anche su Facebook.

Nasce dunque anche sulla piattaforma di social network più diffusa oggi al mondo, un gruppo di sostenitori della cultura. Il gruppo di “Letteralia”. Aderite numerosi in modo da poter sempre interagire tra noi e con gli altri internauti.

Ecco il link:

http://www.facebook.com/profile.php?id=1552265885&ref=profile#/group.php?gid=141188869905&ref=mf

Bolle in piazza di Trevi (poetica di un angolo di Roma)

poesia / di Marco Russo Di Chiara  marcuccio

 

BOLLE IN PIAZZA DI TREVI

Volo di bolle
nella notte romana:
vortice sereno
di fugaci iridazioni,
coro d’arcobaleno
che canta dall’alto
lieve un saluto
al Nettuno
della fonte grande
di marmo e monete.
Mentre s’ode
sinfonia
di spruzzi e ruscelli,
si offrono al cielo
per poi morire
senza dolore.

Marco Russo Di Chiara 08-X-2004

Concorso letterario Luiss ediz. 2009

news ed eventi /

locandinaIL 15 OTTOBRE 2009 è il termine ultimo per la partecipazione al concorso letterario della Luiss Guido Carli.

Il concorso, che procede con successo da anni, vede quest’anno come tema proposto, l’universo di Facebook ed i suoi mille risvolti. Possono partecipare al concorso tutti gli studenti regolarmente iscritti presso la Luiss, e tutti coloro sono laureati alla Luiss da massimo tre anni.  Si può partecipare come ogni anno nella categoria racconti o in quella di poesia.

Per tutti i dettagli relativi al bando di concorso ed al regolamento di iscrizione si rimanda al sito dell’ateneo nella sezione Attività culturali.

Ecco il link:

http://www.luiss.it/attivitaculturali/scrittura/

 

Appuntamento a Roma con “Il Candidato”

News ed Eventi / di Damiano Caforio

ROMA Venerdì 9 ottobre, alle ore 18.30 presso la Libreria Rinascita di via Prospero Alpino n°48.

Lo scrittore, Alfredo Colitto presenterà il suo ultimo romanzo “Il Candidato” edito dalle Edizioni Ambiente nella collana “Verdenero”. Alla presentazione, oltre all’autore, parteciperà anche lo scrittore ed editor della Mondadori Andrea Cotti.

Un avvincente noir di ecomafia costruito con abilità la cui trama è arricchita da una scrittura vivace. (leggi la nostra recensione del libro a questo link:    http://letteralia.wordpress.com/2009/09/21/89/   )

 

Scrittori Playboy…

news / di Mario Melillo

MINICOVER-playboy-8G

L’idea comune che tutti noi abbiamo della celebre rivista “softcore” americana, è che sia semplice tempio di fantasie di stampo maschilista. Una rivista nata con l’unico scopo di stuzzicare fantasie erotiche. Eppure, anche il celebre magazine delle playmate patinate ha una sua vena intellettuale… Dal 1962 Playboy ha inaugurato una rubrica di interviste prestigiose che annoverano tra gli altri: l’ex presidente Jimmy Carter, Fidel Castro, John Lennon, Malcom X, Salvador Dalì, Miles Davis e molti altri ancora. A questo ha fatto seguito la rubrica di “narrativa” dedicata ai racconti di scrittori di grido tanto quanto agli esordienti. Hanno pubblicato su Playboy autori del calibro di Stephen King, Ian Fleming, Kurt Vonnegat e Arthur C. Clarke.

L’edizione italiana del magazine ha lanciato ora una nuova iniziativa: permettere agli aspiranti scrittori, agli esordienti dunque, di veder pubblicato un loro racconto sulla celebre rivista. I racconti, da inviare alla redazione direttamente attraverso il sito internet verranno selezionati ed i migliori pubblicati sul sito. Quello che sarà maggiormente premiato dagli internauti riceverà l’agoniato premio di una pubblicazione sul magazine in edicola.

tutto il regolamento è descritto a questo link, partecipate numerosi:

http://www.playboy.it/il-tuo-racconto-su-playboy

Fefè

Racconto breve / di Ester Bongiorno

Ester Bongiorno

Era nato nel 1891 se non ricordo male, il 29 di febbraio, mi diceva, infatti, che lui compiva gli anni una volta ogni quattro anni. Era speciale in tutto il mio nonnino.
Nella mia infanzia il ricordo più bello che ho è Fefè. Lui il mio saggio nonno. Veramente era il mio bisnonno, il papà della mia viziatissima nonna materna.
Ecco credo che Fefè sia stato la mia infanzia, la mia adolescenza e la mia maturità.
Anche a lui devo la costruzione e la solidità del mio io. Mi ha insegnato le cose importanti dell’esistenza, ma per importanti intendo quell’allenamento che solo la vita con gli anni da. Fefè per un po’ mi ha sussurrato dei segreti che ancora mi porto dentro, anticipando e giocando con un destino capriccioso, il mio. I segreti d’oro della vita, quelli che se non te li dice nessuno rimarranno come foglie sospese che mai cadranno sul suolo della tua coscienza. Senza di essi mancherebbe quel pizzico di saggezza e di comprensione delle cose. Fefè mi ha offerto la possibilità di essere preparata davanti a ciò che sarebbe avvenuto nel corso del tempo.
La mia infanzia è stata caratterizzata da carenze. Pochi balocchi, scarsità di baci, di bon bon e caramelle, assenza di cinema di giostre e bambini con cui giocare.
La mia fanciullezza si è svolta tra indifferenze, distacchi, mancanze, vergogne e paure di morte. Alcune volte invece con attenzioni malate.
La mia infanzia si è vissuta da sola, lasciandomi indietro, ed io che arrancavo ogni giorno cercando di starle a ridosso. La cultura non mi è mai mancata. Ancora in fasce assistevo continuamente a lezioni di italiano, latino e greco. Era l’unico modo per non sentirmi piangere. Di grande cultura i miei nonni. Pensate che quando mio nonno doveva pubblicare un libro, dettava il contenuto in latino, mia nonna lo trascriveva direttamente in italiano. Sono veramente convinta che ci debba essere un ricordo profondo nel nostro inconscio, se no come saprei parole o frasi davvero ricercate? Ho studiato a malavoglia, ma quello che so, credetemi è davvero straordinario, rispetto a ciò che mi è stato esposto nella mia vita scolastica.
La mia infanzia ha marciato da sola, senza di me. Ogni tanto si girava e vedeva con che pesantezza vivevo, allora scappava lontano, correva veloce.
Adesso non la ricordo nemmeno più come era fatta. Fefè lo sapeva bene, ecco perché mi ha preso per mano e mi ha accompagnato fin dove ha potuto. Aveva il cielo negli occhi, lo stesso colore terso di un mattino primaverile, emanavano quasi l’odore di rugiada. Deve essere questo il motivo per cui ora sono innamorata dagli occhi chiari.
Non mi sono mai mancati racconti, lui, il mio Fefè, ogni giorno mi enunciava storie vere, brani di Pirandello, e Sciascia. Diverse volte mi ha recitato “A livella “, di De Curtis, la sapeva a memoria, così come una serie di poesie che mi recitava in base al giorno ed al momento.
Quando mi vedeva imbronciata e triste, mi guardava e mi diceva: “Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:
nuje simmo serie…appartenimmo à morte!” Qualche volta diceva o faceva cose per me un po’ strane, ed io puntigliosa non mancavo mai di farglielo notare, allora lui mi rispondeva “sono come Pirandello, nel cappello a sonagli oppure come uno nessuno e centomila“.
Un segreto voglio dirvelo, mi chiamava “ la mia donzella” ed ogni giorni mi recitava una poesia di Nino Martoglio, A la bedda di li beddi, che vi riporto, solo per farvi comprendere l’autostima che ha cercato di infondermi.
Ribadiva spesso che la recitava per farmi intendere che incarnavo la bellezza, tanto che il Signore non avrebbe rifatto un altro stampo simile.

A LA BEDDA DI LI BEDDI

Bedda, cu’ fici a tia pinceva finu,
puteva fari scola a Tizianu,
ci travagghiò macari di bulinu
ccu la pacenzia di lu franciscanu.

Bedda, cu’ fici a tia fu ‘n Serafinu,
ch’aveva la fattura ‘ntra li manu,
ti fici li labbruzza di rubinu
e li capiddi d’ebanu africanu.

Lu pettu ti lu fici palumminu,
li denti janchi e l’occhiu juculanu,
lu nasu privinutu e malantrinu,

nicu lu pedi e séngula la manu…
E doppu ca ti fici, ‘st’assassinu,
spizzò la furma e la jttò luntanu!

Traduzione

ALLA PIU’BELLA DELLE BELLE

Bella,chi fece te dipingeva finemente,
poteva fare scuola al Tiziano
ci lavorò anche di bulino
con la pazienza di un Francescano.

Bella,chi fece te fu un Serafino
Che con mano virtuosa
plasmò le tue labbra di rubino
E tinse i tuoi capelli d’ebano africano

Scolpì il tuo petto di colomba
I denti bianchi ,l’occhio giocoso,
il naso piccolo e malandrino,
piccolo il piede ed affusolata la mano

E dopo che ti fece,quest’assassino,
spezzò il calco e lo gettò lontano

Le cose che potrei raccontarvi di lui sono infinite, e me le porto dentro come un tesoro raro, come una compagnia.
Anche il mio Fefè però non era perfetto, perfino questo mi ha insegnato, in modo molto duro e brutto.
Nessuno è perfetto, nemmeno le persone che ami di più al mondo.
Un giorno si è tagliato le vene.
No, non morì quel giorno, e purtroppo ha vissuto gli anni che gli restavano con il rimorso di non esserci riuscito, senza il coraggio di riprovarci, e con la vergogna per il gesto che aveva compiuto.
Mi diceva sempre una frase, che molti hanno sentito spesso. La frase è questa: “ Si impara fino alla bara”. Lui la commentava così: “Questa frase per sostenere, che se sarai disposta ad ascoltare, ad apprendere, non sarai mai una persona presuntuosa, L’umiltà sarà un tuo pregio.
Amplierai sempre più le tue conoscenze e se ci rifletti l’orgoglio non farà parte di te”. “Ricorda, l’ultima cosa che ti insegnerà la vita, apparirà l’esperienza più forte,… stare dentro una bara!
Se ti mostrerai disposta ad accettare tutti gli insegnamenti che il mondo ti porgerà,
anche attraverso le persone più umili, allora accetterai meglio quello che la morte all’ultimo ti concederà, la pace e la serenità quando lascerai questa realtà”. L’ultima lezione, la più grande, me l’ha data quando, il giorno prima di morire, mi prese la mano e sorridendomi mi disse: “ Non ti spaventare, sono sereno, ma anche stanco, oggi faccio novant’anni, i miei occhi hanno visto tutto, ere susseguirsi in modo frenetico, la tecnologia scalzare la natura.
Adesso sono preparato. La valigia è pronta, il cappello e l’ombrello sono li posati all’ingresso, sto aspettando che mi chiamano e parto”.
Quel giorno ho compreso fino in fondo che tutto ciò che mi aveva detto era la verità.
Mi ha lasciato con queste parole, e con l’eredità più grande che un essere umano possa donare a chi vuol bene, se stesso. Ancora oggi, il suo pensiero mi accompagna.
I proverbi e gli aneddoti mi aiutano a sorridere ad una vita che si fa sempre più pesante.
Ed i suoi splendidi occhi illuminano le mie giornate uggiose.
Il suo sorriso mi porta in braccio quando sono stanca, mi posa nel letto ed io continuo il sonno serena.
Fefè non è mai morto, è sempre rimasto con me, vicino, molto vicino, dentro di me.

Cinema, le origini: la sua filosofia le sue tecniche

Cinema, microsaggio / di Federico Striuli

FEDERICO

Non appena è apparso chiaro che a curare il primo articolo di cinema della rivista sarebbe stato il sottoscritto ho subito pensato di dover dedicare il mio primo “pezzo” alla seguente domanda: che cos’è il cinema? Questo interrogativo, posto parafrasando il titolo del noto opuscolo sull’illuminismo di kantiana formulazione, nasconde interessanti riflessioni.

Infatti nel cinema, più che in ogni altra forza espressiva, si intravede una dimensione puramente olistica. Ben sappiamo che “più mele non fanno un melone”, tuttavia il rapporto tra mezzo e messaggio, tra forma e contenuto, si manifesta nel cinema nella sua forma più completa. In esso la sommatoria qualitativa delle parti è differente della somma delle parti prese singolarmente.

A proposito della settima arte, il problema è piuttosto complicato. In effetti, il cinema è l’unica espressione artistica che ha quattro dimensioni (poiché fa propria anche la grandezza del tempo). Questa sua peculiarità ci porta a fare alcune riflessioni. Come la fotografia, le potenzialità icastiche del cinema sono evidenti: l’arte dell’immagine non è solo nell’immagine medesima, che è in genere rappresentazione della realtà, ma anche e soprattutto in tutto ciò che la circonda. Un secondo di film contiene 24 fotogrammi (al cinema), che per estensione potremmo considerare 24 foto e ancora, senza troppe forzature, 24 istantanee della realtà. Come la fotografia non è solamente rappresentazione della realtà, anche il cinema ha possibilità e fini eterogenei.

Abbiamo accennato al fatto che il cinema ha la peculiarità di essere aderente alla dimensione del tempo. La difficile definizione di questo non ci impedisce però di tracciare un continuum tra esso e il cinema. Nel nostro discorso non bisogna fare riferimento a una concezione rigorosamente scientifica e quantitativa del tempo. Il punto di maggior rilievo può essere forse riconducibile alle teorie bergsoniane. In estrema sintesi (e anche col rischio di essere incompleti) Henri Bergson sosteneva che il tempo è una dimensione puramente interna, non misurabile e, soprattutto, caratterizzata dal fatto che il suo scorrere non omogeneo è cumulativo, e in questo modo il cervello lo assimila e lo comprende. Come ignorare questo parallelismo?

Ennio Flaiano diceva: “Il cinema è l’unica forma d’arte nella quale le opere si muovono e lo spettatore rimane immobile”. Da un punto di vista scientifico, il movimento delle immagini non è che un’illusione ottica. Si tratta del principio dello scorrimento di immagini ad alta velocità: più questa aumenta, più il cervello (e non l’occhio in sé) non riesce a scernere le singole immagini e assorbe solo l’illusione ottica del movimento.

Nella ricerca della vera essenza dell’arte filmica, non possiamo non sottolineare come la dimensione del tempo poggi stabilmente sulle sue possibilità narrative. Nessuna forma espressiva riesce a sintetizzare in maniera così completa il racconto dell’azione e le finalità rappresentative dell’azione medesima.

È proprio questo aspetto che consente di non relegare il cinema alla mera trasposizione della realtà. La malleabilità della pellicola palesa possibilità fortemente manipolative della struttura narrativa medesima. Idee politiche, esperimenti artistici, speculazioni teoriche e astratte finiscono quasi sempre per esplicarsi proprio attraverso questo “trucco”. Sorge allora spontanea una domanda: qual è il momento pratico che permette di agire sulla pellicola nel senso precedentemente accennato di gestire il racconto? L’atto pratico di giocare col tempo e nel tempo e di modellare la narrazione a proprio piacimento viene svolto nel momento del montaggio. Grandi registi del passato e del presente (da Eisenstein passando per Kubrick) hanno rivolto la loro attenzione proprio a questo aspetto.

Un’altra domanda è: di chi è il film? Un film è un figlio collettivo e in quanto tale appartiene a chi l’ha creato, a chi ha contribuito a realizzarlo ma soprattutto al pubblico. Non ci chiederemo in questa sede se il significato reale dell’opera sia quello che l’autore intendeva dargli o quello inteso dal pubblico. Non ci chiederemo in questa sede se il significato reale dell’ opera sia quello che l’autore intendeva dargli o quello inteso dal pubblico. Sembrerebbe più utile chiedersi se e quanto questo stesso messaggio sia più o  meno condizionato dalle esigenze produttive dell’opera. Si tratta di un aspetto importante, sul quale spesso si soffermano i puristi più accaniti.

Utilizzando provocatoriamente un lessico marxista, potremmo dire che nel caso del cinema i mezzi di produzione necessari sono molti e non alla portata di tutti. Ecco perché, con l’eccezione dei primi anni di vita di quest’arte, la realizzazione dei film è andata di pari passo con maggiori o minori condizionamenti da parte dei produttori. Eppure, ancora oggi (sempre più raramente, purtroppo) si sfornano alcuni piccoli gioielli. Quindi, se è vero che normalmente si rileva un certo peso di fattori alieni all’arte in sé (si pensi al marketing), non sempre questi sono totalmente determinanti ai fini di un imbrigliamento delle potenzialità espressive del grande schermo. Né vanno dimenticati casi particolari in cui l’interesse del pubblico si è indirizzato verso opere di valore. Nel cinema si sommano aspetti qualitativi e quantitativi. Al contrario della  fotografia, in cui l’opera d’arte è sintetizzata in singole istantanee, il regista deve esprimersi attraverso i fotogrammi. Si tratta di un lavoro improbo. A ciò si aggiunge il fatto che dietro un film c’è un vero e proprio esercito di professionisti: ciò complica ancora di più il discorso, in quanto visioni estremamente personali si intersecano e si mescolano alle esigenze concrete e collettive della realizzazione.

Infine è lecito chiedersi quale sarà il futuro del cinema. La sua evoluzione si è sostanzialmente sovrapposta alla storia della sua  tecnologia. Innovazioni tecniche ed espedienti più o meno professionali hanno portato a progressi qualitativi enormi, soprattutto se si pensa a quali erano le caratteristiche delle prime pellicole. Alcuni ritengono che oggi il destino del cinema sia in pericolo. Un certo allarmismo è già stato sollevato altre volte (si pensi ad esempio alla nascita della televisione). Eppure, ad oggi, i cinema continuano ad essere un luogo privilegiato di incontro e, talvolta, anche di riflessione. Il fatto che i più grandi incassi siano spesso riconducibili a produzioni scadenti non è una novità: da un lato, ogni decennio ha avuto un genere di magiore successo; dall’altro, non sempre la qualità intrinseca del prodotto corrisponde al successo di pubblico. Le moderne tecnologie non hanno fino ad ora sostituito il cinema, ma lo hanno integrato. Gli sconvolgimenti di questi ultimi anni sono sotto gli occhi di tutti. Si pensi ad esempio all’avvento del digitale e della computer graphic che permettono esperienze impensabili fino a poco tempo fa. Gli effetti speciali e l’applicazione della tecnologia informatica danno vita a fenomeni straordinari. Eppure, anche nei casi estremi di film totalmente animati digitalmente, tutte queste innovazioni continuano a far parlare di cinema in quanto tale (talvolta si accenna a nuove forme di espressione artistiche, che però non hanno ancora trovato una propria autonomia). È proprio a causa di questa sua natura globale che difficilmente essa sarà scalzata e abbandonata.

Intere generazioni sono state inevitabilmente segnate dalle pellicole cinematografiche, così come accade ancora oggi e come accadrà in futuro. I film ci fanno ridere, piangere, spaventare, talvolta annoiare. Eppure, nella nostra intimità, ci sono scene, sequenze, battute che per un motivo o per l’altro leghiamo a ricordi o a esperienze vissute. Non esiste modo più efficace e diretto del cinema per vivere le vicende dei personaggi, talvolta riconoscerci in loro, in un certo senso senza mai abbandonarli.

La scala

Racconto breve / di Ester Bongiorno

Ester Bongiorno

Vi voglio raccontare di una scala, o meglio di un gradino di una scala. E non di quei soliti racconti che si leggono spesso.
O si, ve ne sono tanti, legati alla felicità o alla difficoltà della vita, no, non voglio parlare di quelle scale.
Io voglio raccontarvi di un gradino in particolare, uno fatto di legno, che faceva parte di quelle scale dove il passamano era così grande che ci potevi scivolare fino alla fine, i gradini erano accoglienti ad ogni passo scricchiolavano e tuttavia davano un forte senso di stabilità. Ecco è uno di quei gradini di cui vi voglio parlare.
Quella era una scala molto usata, molti e molti piedi erano passati su tutti quei meravigliosi, grandi e comodi scalini e veniva lucidata, sapete con quella cera per legno, quella che faceva un odore particolare, un po’ speziato, caldo…ogni gradino riprendeva la propria particolarità, ogni venatura parlava di ognuno di loro, tutti uguali ma diversi per unicità di sfumatura.
Un giorno quella scala non fu più usata, per tanto tanto tempo, le ragnatele e la polvere la rendevano ancora più affascinante, come una bellissima signora ancora in forma ma con il fascino dell’esperienza e della signorilità…
Ogni gradino aveva la sua storia, ma uno, uno in particolare era il più importante, lo era sempre stato e vi spiego perché.
La porta di casa si aprì, essa era posta proprio di fronte alla dormiente signora, ed insieme al sole entrò un lieve alito di vento, in controluce si alzò un pulviscolo sottile, sapete quelli che si vedono quando il sole entra in una stanza buia filtrando da un solo punto, esso da alle cose un’ aria misteriosa e bellissima, questo pulviscolo e come se si trasformasse in mille e mille pagliuzze scintillanti.
E così che nella sua maestosità la incontrò. La sua scala era ancora lì, lo sentiva, il cuore fece un balzo in petto, come una gazzella che salta per salire su una roccia. Si avvicinò sempre più, sembrava un incontro amoroso con un fantasma. Senza timore anzi con fare riverente si avvicinò sempre più. Accarezzò il passamano, e muovendo gli occhi in su e in giù controllò i gradini, perfetti erano tutti perfetti, lo sentiva.
Iniziò l’ascesa, si, come quasi volesse raggiungere una meta irraggiungibile, quasi le veniva di salirli gattoni questi gradini, come aveva fatto tante e tante volte, ci pensò un solo secondo e lo fece, si mise a quattro zampe e con immensa riverenza posò le mani e le ginocchia sul legno, accarezzava anche la polvere dimenticata li dal tempo, che giaceva immobile, a protezione di quella meraviglia.
Arrivata sul suo gradino si girò con grazia e si sedette. Sembrò quasi che il contatto del suo corpo facesse prendere vita ad un capolavoro dormiente. Era perfetto saldo come allora, eppure da li il mondo si percepiva in modo diverso, non era come quando era piccola, oggi tutto era cambiato, lei era cambiata, il suo modo di vedere e di sentire era molto diverso da allora.
Si accoccolò prese tra le sue braccia le gambe e vi posò la testa, in una posa così dolce che le pagliuzze che galleggiavano nell’aria sembrarono fermarsi per osservarla.
La visione dei primi gradini non era nitida, ma a poco a poco che il suo sguardo si posava su ognuno di loro il ricordo le tornava sempre più vivo, tanto che riusciva perfino a sentire le voci, i respiri di allora. Ecco, lo stesso tuffo al cuore, identico come una volta, sempre uguale, con la stessa cadenza, con lo stesso rintocco di un vecchio orologio che sottolinea l’immutabilità del tempo. Cuore di adolescente ora cuore di donna. Adesso tutto si muoveva come sott’acqua, come quando dei pezzi di stoffa danzano intrecciandosi e poi allontanandosi, un altro ricordo riaffirava, poco più che ragazzina aspettava il suo ragazzo che non arrivava mai, sempre seduta lì, sul suo gradino, … pian piano che i minuti correvano veloci la felicità si trasformava in delusione e poi in tristezza, e sempre su quel gradino le risate, le lacrime di gioia, quando, come una principessa scese con un passo tremante uno ad uno quei gradini scricchiolanti ma sicuri, appoggiata al braccio di suo padre pronto a lasciarla andare verso un amore diverso ma altrettanto importante.
Quante cose, quanti pensieri riapparivano, come quei fiori che stanno negli stagni, le ninfee, si, così si chiamano quei bellissimi fiori.
Tutti splendidi quei ricordi, la malinconia dell’infanzia che lasciava spazio a tumultuosi periodi adolescenziali, e che dire del suo diventare donna!
Ancora in su si mossero gli occhi, la luce era poca, fievole, inesistente, non arrivò a vedere la fine della scala, ma la ricordava, era un ricordo fantasioso, un po’ incomprensibile, gli ultimi gradini li aveva sempre immaginati come il divenire, ogni volta che da piccola saliva la scala, quando poggiava i piedi sugli ultimi gradini fantasticava di essere arrivata nel futuro, le piaceva molto quel gioco estroso, la portava dentro i sogni, quelli belli, quelli fatti di folletti e fate, di canditi e di risate.
Ora capiva che il futuro non era quello della sua fantasia dei suoi sogni, non era dolce ma amaro, amaro e terribile come il buio che la avvolgeva costantemente, eppure era sempre stata convinta del contrario, non erano ninfee quelle esperienze che sarebbero venute negli anni avvenire. Adesso il presente come un bambino dispettoso aveva dato uno spintone a quelle aspettative, colorate come l’arcobaleno, cancellando quei dolci sogni profumati di frutti di bosco e lavanda selvatica. Ah il suo presente, com’era buio il suo presente.
Sempre seduta li sul suo scalino di legno, era questo il suo presente. L’unica cosa che la confortava subito era il caldo tepore del legno che sentiva sotto il suo corpo da donna con ricordi da adolescente, questo le bastava, voleva rimanere così, all’infinito.
Quel tepore, il tepore del cuore, il tepore dell’infanzia, delle caramelle e delle corse nei prati. Non voleva alzarsi, non voleva andare. Si domandò cosa le rimanesse, nulla, solo il suo gradino solo i suoi ricordi.
Calde lacrime piene di malinconia le sgorgarono copiose, e, cadendo sul gradino lo pulirono dalla polvere, formando delle chiazze che sembravano grandi occhi, arrivava persino a sentire il rumore della lacrima che cadeva, sembrava il battito sordo del suo cuore, tump, tump. Ogni goccia si fissava sullo scalino, percepiva questo sguardo, il suo gradino riprendeva a vivere, il suo gradino la osservava con immensa tenerezza, ne era certa.
Lei aveva sempre pensato a quel gradino come una cosa viva. Il loro dialogo fatto di tutte le emozioni che il suo cuore poteva contenere riprese frenetico come allora.
Persa in quell’atmosfera surreale, un rumore, lieve, sottile quasi inavvertibile, .ma non per lei, i suoi sensi non stavano assopiti, erano stati risvegliati bruscamente da un incubo.
Alzò lo sguardo, una mano tesa era li, ne avvertiva la presenza l’odore, essa aspettava paziente che lei la afferrasse. Sollevò il viso, i suoi occhi sorrisero, qualche lacrima appesa ancora ai suoi bellissimi occhi cadde giù indispettita, obbligata a doversi tuffare nel vuoto. Mise delicatamente la sua mano nell’altra, l’appoggiò lieve, tutto si fermò, il tempo, il sole che entrava frenetico ma delicato, ed anche quelle pagliuzze che rendevano magico tutto.
Il cuore, solo il cuore batteva all’unisono con i suoi pensieri caldi e umidi, come piccole e grandi ninfee in uno stagno.
Lui la prese tra le sue braccia, posò un dolce bacio caldo su quegli occhi che non vedevano più da qualche anno, “andiamo”, le disse, “ritorneremo…”.

Soap society

Racconto breve / di Mario Melillo

Direttore

(Menzione al concorso letterario della Luiss Guido Carli ediz. 2008 sul tema: “Flessibili alla meta”)

Una cosa che mi ha sempre sorpreso è il contatto con le saponette, oramai sensazione da alberghi. Avevo smesso di usarle quando, morta mia nonna, ne ereditai casa. La mia è una casa moderna, per una famiglia moderna, regno incontrastato del sapone liquido. Ma negli alberghi, il contatto con la glicerina in tavolette provocava ancora strane sensazioni. Non riuscivo a spiegarmi perché nello sfregarle tra le mani, lasciassero sempre un senso di vischiosità, una sorta di resistenza. Anche nell’insaponare tra loro le mani, nello sfregarle sotto l’acqua, la resistenza del sapone persiste testardamente. Inizialmente catalogai la cosa come fastidio, da quando la prima volta mi tornò alla mente l’odore di zuppa di mia nonna, e quell’odore pregnante del disinfettante a base di alcool che utilizzava per detergere il bagno. Una sgradevole reminiscenza. Col tempo invece, ho compreso che la saponetta possiede una dignità superiore. Il sapone liquido in fin dei conti è un riflesso d’orgoglio, perfetta efficienza nell’emettere il suo fluido informe. E’ tecnologico, artefatto, con il beccuccio superbo e l’involucro baldanzoso, ci tiene a sottolineare che anche vuoto perpetua la sua esistenza grazie al monumento in plastica che gli hanno creato. È dittatoriale, perché anche quando finisce è celebrato dagli obelischi in plastica che si lascia dietro. Provo lo stesso davanti al Palazzo della Civiltà del Lavoro all’Eur, la mattina mentre vado in ufficio. Un enorme tabernacolo, vuoto orgogliosamente imponente. La saponetta invece è ostinata, è faticosa resistenza quotidiana alla sua erosione, alla sua fine. Quando la si posa sul lavandino, quelle ferite da cui sgorgano schiuma e bolle iridescenti, dicono “ho guadagnato un altro giorno di vita!”. E’ così che ho concluso che la saponetta è umana. Non è tecnologica neanche a volerlo! Il sapone liquido te lo immagini in catena di montaggio, la saponetta invece no. La saponetta ricorda la fatica primordiale degli esseri umani, la capacità di realizzare qualcosa di vissuto e genuino. Tra sapone liquido e saponetta, passa la stessa differenza che c’è tra la catena di montaggio Ford e gli operai di Marx. Gente che mette dentro il proprio lavoro parte di sé, della propria realizzazione. Non avrei dovuto pensarci proprio la mattina della firma del contratto. Ma è stato più forte di me. Appena sono entrato nelle toilette dell’ufficio ho percepito qualcosa di insolito. Non ho realizzato di cosa si trattasse, finché non ho staccato lo sguardo dallo specchio e l’ho indirizzato al lavabo. Avevo appena posato una saponetta!

Mi paralizzai a fissarla finché non entrò Sergio.

“Giulio ma che stai a fa’?” È un quarto d’ora che tengo in caldo i giapponesi, e tu stai a fissarti allo specchio?”

“Chi ha messo qui questa saponetta?”

“L’inserviente, meno male che mi hai ricordato di toglierla”

Vidi Sergio sollevarla, toccando schifato il piattino che la sorreggeva, e gettarli entrambi nel cestino.

“L’ho costretta a ricaricare subito il blister del sapone liquido – mi disse orgoglioso – coi giapponesi bisogna stare attenti, sai quanto sono igienisti. Dai, sciacquati e andiamo”.

Lo fissai riflesso nello specchio, fiero e elegante, finché non sentii la frizione del sapone sparire definitivamente dalle mani.

 “Stiamo facendo una pazzia”.

La sua voce esordì con leggero tremore “Dici che ci vogliono fregare?”

“Chi?”

“I giapponesi! Non parlavi del contratto?”

“Ma che contratto! – ribattei stizzito, rendendomi conto che non poteva capire – parlo del nostro lavoro, abbiamo sbagliato tutto”

Il riflesso di Sergio nello specchio parve tremolare per un istante “Che vuoi dire? Ma che ti è preso?! Sono giorni che sei strano. Parliamone dopo la firma, ok?”

“Tu non capisci! – ribattei – Che lavoro facciamo noi nella vita?”

“Offriamo personale alle aziende, i primi in Italia, e allora?!” replicò Sergio, sempre più seccato.

“Ma che personale e personale! Noi facciamo affari speculando sul futuro di chi si affida a noi. Offriamo contratti precari, a scadenza immediata ed incertezza futura”.

Vidi Sergio raddrizzarsi fiero sulla schiena e sospirare profondamente, con l’aria di chi ha capito tutto della vita e sta per rivelarne il senso agli sprovveduti. “Si chiama flessibilità del mercato del lavoro. Dipendenti flessibili che si adattano all’offerta di lavoro più vicina alle loro competenze”.

“Menzogne Sergio! E lo sai anche tu” sbottai, e senza accorgermene, alzai la voce.

“Anche noi abbiamo cominciato così! Abbiamo fatto esperienza a sufficienza e poi aperto una nostra società. Ora potrei anche raccoglierne i frutti se ti muovessi a firmare l’accordo coi giapponesi”.

“Che si sventrino con una katana i giapponesi! Si tratta della nostra vita e delle responsabilità verso le vite degli altri!”

Sergio mi spaventò: sbatté la mano sul lavabo in marmo, con una violenza tale, da farmi sobbalzare. “Queste fesserie non tirarle fuori adesso! Capisco che sei sotto pressione, stressato, ma stiamo per arrivare alla meta! Stiamo per firmare il primo accordo con una società internazionale! Siamo ad un passo dalla meta, non fermarti ora!”.

Rimasi bloccato, mi passarono davanti mia nonna, il suo funerale al quale non avevo partecipato, e le facce di centinaia di operai intenti a fare saponette. Non so se questi ultimi siano mai esistiti, ma di certo mi inquietarono.

 “Sergio noi come ci siamo arrivati alla meta? Te lo ricordi? Se non fosse stato per il prestito di tuo padre e quello che ho chiesto io alla banca ipotecando casa, non avremmo mai aperto questa società!”

“E allora? il prestito l’hai restituito due anni dopo, neppure io mi sarei aspettato tanto, eppure ci siamo. Dov’è il problema?”.

“Siamo arrivati alla meta perché avevamo le risorse per farlo! Io ho ancora la casa perché ho tenuto alla corda centinaia di persone che oggi, alla mia età non possono avere una casa perché con i contratti che gli facciamo non danno i soldi neanche per comprare una saponetta!”.

“Una cosa? Tu stai male amico mio. Dopo la firma del contratto ti prendi due settimane di ferie!”

“Tu che sapone usi a casa Sergio?”

“Ma che dici Giulio?! Sono tutti quei libri di filosofia che leggi, lo sapevo che prima o poi ti avrebbero intortato il cervello!”.

“Rispondi!”

Sergio sospirò alzando occhi e braccia al cielo “Uso il sapone liquido, contento adesso?”.

“Vedi è come pensavo, tu usi e getti! Non pensi alle cose che durano e si estinguono gradualmente nel tempo!”

“Vieni di là Giulio o ti ci porto con la forza, e sai che ne sono capace!”.

“Le cose si consumano gradualmente con il tempo e, naturalmente, raggiungono il loro obiettivo. La “meta” come la chiami tu. Ma quelli il cui futuro dipende da noi come la raggiungono?”

“La raggiungono anche loro, non ti preoccupare – Sergio era stremato e il viso rosso tensione – solo in maniera flessibile tutto qua, arrivano anche loro alla meta, flessibili ma ci arrivano!”.

“No, no, tu sei proprio un uomo da sapone liquido, svuoti le persone, svuoti interi scatoli di persone! E poi butti l’involucro. Roba vecchia! Anche tu negli anni ti sei svuotato Sergio, sei diventato un orgoglioso flacone di te stesso!”

“E tu quand’è che hai scoperto di essere un sindacalista?! – gridò Sergio con tutto il fiato che aveva in gola – Cristo santo, ora tu vieni di la, firmi il contratto e ti prendi una tregua perché il troppo lavoro ha svuotato te, non me!”

E’ stato in quel momento che capii cosa era successo. Sergio aveva ragione. Mi voltai verso la vetrata alle mie spalle, come spronato da un brivido di freddo.

“Non ci avevo mai fatto caso, e tu?”

“A cosa Giulio, a cosa?!”

“Si vede il Palazzo della Civiltà del Lavoro, dal bagno del nostro ufficio!”

“Non l’avevo mai notato, contento? Evidentemente zio Benito ci sapeva fare con malta e calcestruzzo, te ne regalerò un modello in scala appena lo trovo ora vieni di la, te lo chiedo per favore”.

Ero ipnotizzato da quella vista.

Se Sergio non mi avesse trascinato fuori dalla toilette non credo sarei riuscito a staccarmene. Avevo avuto l’imput di ciò che detestavo sotto il naso per tanto tempo, e non l’avevo mai notato, assurdo persino per me. L’obelisco di una società informe ed iridescente, come la mia.

Firmai il contratto. Pranzammo con pesce crudo e sakè, e con Sergio che attraverso l’interprete esaltava l’accordo assieme ai commensali del sol levante.

Aspettai la fine del pranzo per dirglielo, non volevo fargli andare di traverso il sushi. Ma a ben pensarci la precauzione fu inutile, alle parole “Mi dispiace, lascio il lavoro”, Sergio non si scompose. Attese con silenzio di circostanza poi pronunciò una sola domanda “Quando?”.

Risposi “Tra un mese” e lui, “Va bene ma posso liquidarti solo metà delle quote, il resto alla fine dell’anno”. Acconsentii con un cenno del capo e finì così la mia avventura nel duro mercato del lavoro flessibile.

“Cosa farai Giulio? Venderai saponette?” chiosò Sergio, con tono da parodia. 

Sono passati anni e in effetti vendo saponette. Alta qualità e lavorazione artigianale. Produco ed esporto, ironia della sorte, soprattutto in Giappone.

 

Il montaggio cinematografico, dal futurismo alla corazzata Potemkin

Cinema / di Federico Striuli

FEDERICO

In principio era il futurismo… si, proprio quello italiano di Marinetti & Co. I primi a teorizzare il montaggio cinematografico furono i futuristi italiani, ma tale scuola di pensiero non ottenne mai un grande consenso in quanto si limitava ad esaltarne il fine “estetico”. Fu la scuola futurista russa, spronata da certe commistioni di carattere “meccanicistico” abbinate alla dialettica marxista, che riempì di senso tali ricerche.

Tra il 1918 ed il 1920 la corrente futurista russa lanciò attraverso i suoi più autorevoli esponenti una intensa attività di studio sul senso che il montaggio poteva acquisire all’interno della cosiddetta settima arte, ed i risultati di alcuni esperimenti furono a dir poco ineguagliabili: più celebre di tutti è il cosiddetto “effetto Kulesov” dal nome del suo stesso ideatore. Lev Kulesov caposcuola del cinema sovietico di quegli anni, riprese una vecchia pellicola d’epoca zarista e ne staccò alcuni fotogrammi facendoli seguire sempre dal medesimo primo piano di un attore. Le tre inquadrature contenevano la prima un piatto di minestra, la seconda una donna morente, la terza una pistola. Gli spettatori alla fine di ciascuna sequenza attribuivano un diverso significato all’espressione attoriale in base al fotogramma che l’aveva preceduta (fame,  dolore per la morte e paura). Questo esperimento dimostrò che poteva esser costruita una “dialettica” tra le immagini ricavandone un senso differente pur con le medesime risorse iniziali. Gli spettatori istintivamente creano legami logici ed emotivi tra le immagini che osservano all’interno di quello che viene definito “montaggio narrante”. Seguirono altri pionieristici esperimenti che portarono alla nascita delle prime “figure retoriche cinematografiche” delle quali, Ejzenstejn ne divenne maestro come dimostra “La Corazzata Potemkin” (tanto vituperata dal povero Ugo Fantozzi!). Ejzenstejn, alievo diretto di Kulesov trovò in quelle teorie lo slancio necessario per farne un proprio stile, che più volte ridefinì e teorizzò. Celebre è la fase del cosiddetto “montaggio intellettuale” con il quale secondo Ejzenstejn era possibile riproporre ed esprimere concetti profondi al pari di quelli di un libro. Il celebre regista russo fù anche l’ideatore del “montaggio delle attrazioni” il quale serviva a stimolare l’aspetto emotivo ancor più che concettuale. La tecnica consisteva in improvvise inquadrature ravvicinate ed in un ritmo incalzante di immagini anche sconnesse   tra loro ma tutte di alto impatto emotivo. Per finire sempre sua è l’intuizione di inquadrature che possano dare quella che oggi definiamo “profondità di campo” (da Ejzenstejn definita montaggio interno).

In sostanza, se si osservano molti dei film di Ejzenstejn si scopre che il montaggio oltre ad essere fattore determinante per i registi che hanno un loro stile e spessore, è anche base di molte delle più diffuse tecniche cinematografiche e che oggi mai accosteremmo a quelle che apparentemente sono “obsolete” pellicole sovietiche.

Alcuni grandi registi moderni hanno fatto scuola proprio dominando il montaggio: si pensi a Kubrick ai Fratelli Cohen, John Woo e Martin Scorsese, per non parlare di Jean-Luc Godard e François Truffaut i quali, pur venendo dalla scuola realista francese (dove Bazin, loro maestro, utilizzava qualsi sempre il pianosequenza) usarono spesso un giocoso e brioso montaggio.

 

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